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L'editoriale

Parmelin, una vita da mediano con finale in crescendo

Con Parmelin, il Governo perde una persona pragmatica, concreta, interprete di uno stile autenticamente collegiale, un affabile uomo di squadra orientato al risultato
Giovanni Galli
02.10.2026 19:15

Se fosse dipeso solo dalle indiscrezioni di stampa, negli ultimi anni Guy Parmelin si sarebbe già dovuto dimettere una decina di volte. Per questo, l’annuncio di oggi non ha sorpreso nessuno. In epoca recente, non c’è mai stata una partenza più telefonata; anche perché, a tre mesi dalla scadenza del secondo mandato presidenziale, la fine della sessione autunnale era il momento giusto per lasciare. Con Parmelin, il Governo perde una persona pragmatica, concreta – «bodenständig» direbbero i tedescofoni – interprete di uno stile autenticamente collegiale, un affabile uomo di squadra orientato al risultato. E di risultati, come «ministro» dell’Economia, ne ha sicuramente portati a casa. Fautore di una politica economica liberale, l’ex viticoltore ha concluso e negoziato diversi accordi di libero scambio con importanti partner commerciali al di fuori dell’Europa e, grazie anche all’abilità della segretaria di Stato Helene Budliger Artieda (anche lei fresca dimissionaria) ha raggiunto una tregua nella vertenza sui dazi con gli Stati Uniti, una vicenda ancora in divenire e dagli esiti tutt’altro che scontati. Di lui non si ricordano né acuti né iniziative politiche spettacolari. Ma il suo modo di fare, la sua capacità di gestire con calma i momenti difficili e le crisi, la sua vocazione, per indole e anagrafe – è il più anziano membro del Governo – a cercare compromessi, gli sono stati riconosciuti. Nel dicembre scorso, su 210 votanti, ben 203 lo hanno appoggiato per la presidenza. Eppure non ha avuto un inizio facile. A essere sinceri, nessuno gli pronosticava una carriera brillante. In Consiglio federale era arrivato nel 2015 come soluzione di ripiego all’hardliner Thomas Aeschi, allora considerato il delfino di Blocher, e a un giovane Norman Gobbi, poco conosciuto a Palazzo e che si portava addosso l’etichetta leghista («a Berna la Lega è un’escrescenza esotica» aveva detto il presidente del PS Christian Levrat).

A torto, non era considerato particolarmente ferrato per la carica. «I can english understand but je préfère répondre en français», aveva risposto durante un’audizione a chi lo aveva voluto mettere alla prova con le conoscenze della lingua inglese. Per mancanza di alternative è atterrato al Dipartimento della difesa, dove non si è particolarmente distinto, se non per la decisione, probabilmente sbagliata, di sospendere il progetto di difesa missilistica. Ed infatti, alla prima occasione, ha cambiato aria, optando per un dicastero a lui più affine e anche meno problematico per il partito che voleva disfarsi del poco popolare DDPS. In un Governo in cui le personalità più in vista erano Doris Leuthard, Alain Berset e Ueli Maurer, Parmelin è sempre stato considerato una figura di secondo piano. Poi, man mano, è uscito alla distanza. Le crisi che si sono succedute negli ultimi sei anni, dal COVID ai problemi connessi con la guerra in Ucraina, hanno messo in luce le sue capacità di districarsi, senza clamori, nelle situazioni difficili. Mai sparate polemiche, mai interventi sopra le righe, mai sgambetti ai colleghi. Né lo si può accusare di aver voluto subordinare gli interessi del collegio a quelli del partito. Anzi; si deve a lui l’iniziativa di trovare il consenso dei sindacati per i Bilaterali III, con la controversa misura sui licenziamenti.

Politicamente, la sua a Berna è stata una vita da mediano, di prezioso lavoro nell’ombra a piccoli passi, senza cercare le luci della ribalta. Parmelin si è comunque rivelato adatto a ogni palcoscenico; dagli appuntamenti con gli agricoltori locali al vertice fra Biden e Putin a Ginevra; dalla trasferta a Bruxelles per firmare il certificato di morte dell’accordo quadro (2021) a quella per siglare il nuovo pacchetto di bilaterali (2026); dal diplomatico incontro con Trump a Davos dopo le turbolenze sui dazi all’ironica allusione, durante i Mondiali di calcio negli Stati Uniti, dove ha indossato il cappellino «Switzerland great since 1291». Ha anche saputo affrontare con dignità e attenzione, interpretando i sentimenti della nazione, le tragedie di Crans-Montana e di Kerzers. Lascia forse nel momento più alto della sua carriera. Dopo undici anni si può capire. Con la sua partenza si apre ora la corsa alla successione. Il futuro consigliere federale verrà dalla Romandia o dalla Svizzera tedesca? Ora come ora sono questioni di lana caprina. Ben più significativo il fatto che l’UDC abbia già detto che intende cercare candidati idonei per i dipartimenti di Giustizia e polizia (fino a oggi il suo bersaglio prediletto) e della Difesa, preludio di un importante, e forse anche benefico, rimescolamento delle carte.    

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