Il ritratto

E ora, se vi va, chiamatelo professor Murat Yakin

Il ct, con scelte anche azzardate, ha permesso alla Svizzera di spingersi oltre i suoi limiti – L’idea di perdere Sommer, Schär e Shaqiri ci terrorizzava: la squadra, invece, ha imparato a fare tesoro di altre risorse
© KEYSTONE/Peter Klaunzer
Massimo Solari
08.07.2026 12:00

La qualifica, oltremodo calzante e felice, proviene da un collega sudamericano. «Profesor Yakin Murat». Lo definisce proprio così, per poi interrogare il commissario tecnico rossocrociato sui dettagli che hanno permesso alla Svizzera di avere la meglio sulla Colombia. E di riscrivere la storia, 72 anni dopo l’ultimo quarto di finale conquistato a un Mondiale. L’allenatore della Nazionale sorride. «Grazie per il professore, devo dire che suona bene». Eccome. Grazie all’ennesima piccola, grande lezione di elasticità tattica, solidarietà collettiva e acume nella gestione dei cambi, Yakin ha regalato al calcio svizzero - e ai suoi tifosi - un momento indimenticabile. Il più importante e il più bello dell’era moderna. Non era scontato. Anzi. Cinque anni fa, al momento dell’entrata in carica, ci avrebbero scommesso in pochi. La partita che, al BC Place di Vancouver, ha sublimato la lunga rincorsa verso la gloria di Xhaka e compagni, dunque, eleva altresì «Muri». Facendolo, per l’appunto, salire in cattedra.

Dalla Challenge all’apoteosi

A luglio 2021, mentre negli occhi della Nazione c’erano ancora il rigore parato da Sommer a Mbappé e l’abbraccio tra il capitano e Vladimir Petkovic, Yakin guidava lo Sciaffusa, in Challenge League. E non sorprende, quindi, che il suo nome - una volta consumata la separazione con «Vlado» - non figurasse in cima alla lista dei papabili successori. Beh, l’allievo, adesso, ha superato il maestro. Era accaduto nei sedicesimi, battendo l’Algeria, è stato certificato con la struggente serie di rigori che tiene vivo il nostro sogno Mondiale. Quando contava, l’attuale selezionatore rossocrociato ha quasi sempre risposto presente: la complicata qualificazione a Qatar 2022, con il sorpasso all’Italia piazzato all’ultima curva; Euro 2024, scandito da un altro derby memorabile e spinto sino agli undici metri nel quarto di finale perso contro l’Inghilterra; l’accesso alla Coppa del Mondo venti-ventisei, grazie a sei partite interpretate alla perfezione. In merito alla violenta caduta allo stadio Lusail di Doha, quattro anni or sono al cospetto del Portogallo, Yakin non ha invece smesso di sottolineare un concetto. Ancora e ancora. «Abbiamo fatto tesoro di quell’amara esperienza». Di nuovo: promessa mantenuta.

È però lecito chiedersi come sia potuto succedere. Già, poiché all’insidioso appuntamento con la storia la Svizzera si è presentata travolta dalle avversità. E cioè senza la sua stella più luminosa e con qualche altro problemino a livello di effettivi. «La defezione di Manzambi è stato uno choc» ha ammesso il tecnico renano. «Ci ha fatto malissimo. Così come non sono stati d’aiuto i fastidi fisici di Vargas. Ma a emergere nelle difficoltà, ancora di più, è stata la squadra. Siamo cresciuti con il passare del torneo, correggendo ogni dettaglio, compattandoci. E, alla fine, allargando lo sguardo, a spingerci ai quarti di finale è pure un processo che parte da lontano, con diverse tappe e progressi oggettivi».

Dettagli, fiducia e intuito

Prendete l’appendice che ci ha fatto versare lacrime di gioia. Già alla vigilia dei sedicesimi, Yakin aveva parlato di un workshop finalizzato alla preparazione delle esecuzioni dal dischetto. Il tutto strappando qualche sorriso ironico. Ora schiacciate il tasto replay e rigustatevi quei dieci minuti carichi di tensione ed emozione. Ogni tiratore, incamminandosi verso gli undici metri, ha un compagno che in qualche modo lo protegge. Vero, Mina? Poi, certo, Akanji fallisce come a Düsseldorf, togliendoci il fiato. Al termine di una partita estenuante, però, riusciamo a spuntarla con freddezza (Amdouni, Itten, Vargas) e coraggio (Xhaka).

Riavvolgendo il nastro del match, per contro, è evidente come la squadra abbia recitato alla lettera l’unico spartito che avrebbe potuto offrirci una chance di successo. E Murat Yakin, evidentemente, è stato decisivo nel far passare il messaggio. Con l’invitato a sorpresa Jashari, l’encomiabile Rieder e il sempre più determinante Zakaria, ma anche con le controfigure Muheim e Itten, gettate nella mischia al posto dei primattori Rodriguez ed Embolo. Insomma, il mantra della «flessibilità», evocato dal ct praticamente a ogni conferenza stampa, si è confermato valore concreto, non mera retorica. Così come il concetto di collettivo, che l’allenatore è stato in grado di forgiare anche con scelte azzardate e, non di rado, ritenute incomprensibili dalla stampa.

L’abbraccio con Xhaka

Per spingersi oltre i suoi limiti, nel momento più opportuno, la Svizzera di Yakin non ha avvertito la necessità di essere bella e dominante. Chissenefrega. A maggior ragione in vista del prossimo ostacolo, all’apparenza invalicabile. Contro l’Argentina, a Kansas City, nelle viscere degli Stati Uniti e nella notte su domenica in patria, dovremo essere ancora questi qui. Le piccole vedette, i piccoli scrivani, i tamburini del libro Cuore. E, a proposito di simboli, possiamo altresì nutrire la ragionevole speranza che Xhaka torni in sé, provando a mostrarci la via e a trascinarci al cospetto di Leo Messi e del suo esercito. «Granit è il mio leader e il faro della squadra» ha osservato Yakin. «In ogni pausa dell’incontro ha reso consapevoli i compagni dell’importanza del momento. Mentre alla fine, dopo essersi per altro assunto la responsabilità del primo rigore, è emerso pure il suo lato più sensibile». Il numero 10 è scoppiato in lacrime. E, dopo quello con «Vlado», in mondovisione è stato trasmesso il profondo abbraccio con Yakin.

No, il passato non conta. Assaporiamo il presente. Restiamo aggrappati a questo sogno. A questi nuovi eroi rossocrociati. L’idea di perdere Sommer, Schär e Shaqiri - una volta tramontato Euro 2024 - ci terrorizzava. Oggi i tifosi svizzeri si abbracciano urlando i nomi di Kobel, Elvedi e Manzambi. Ma con quel ciuffo mai fuori posto e un occhiale che, oramai, è oggetto da collezione, a meritare doverosi applausi è anche Murat Yakin. Il professore.

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