Il retroscena

UBS a Londra? Il governo britannico ci ha provato

Secondo il Financial Times, l’ex cancelliera Rachel Reeves ha proposto a Colm Kelleher di spostare sede e quotazione nel Regno Unito – UBS non commenta
©Mirko Aquilino
Red. Online
16.10.2026 09:05

Non solo Wall Street. Anche Londra ha fatto la corte a UBS. Il governo laburista britannico ha infatti cercato di convincere la grande banca a trasferire nel Regno Unito la propria sede e la quotazione in Borsa, nel caso in cui dovesse lasciare la Svizzera a causa delle nuove e più severe regole sul capitale proprio. Lo rivela il Financial Times, citando persone informate sui colloqui.

I contatti con Kelleher

Protagonista dell’operazione, scrive il quotidiano economico, è stata Rachel Reeves. Durante il suo mandato da cancelliera dello Scacchiere, l’equivalente britannico del ministro delle Finanze, Reeves ha presentato la City come possibile nuova casa per UBS in una serie di discussioni con il presidente del Consiglio di amministrazione Colm Kelleher. Secondo le fonti del Financial Times, i due hanno parlato della possibilità che la banca sposti nel Regno Unito la sede legale e la quotazione in caso di cambio di domicilio. L’ultimo incontro risale all’inizio di quest’anno.

Per Londra, va da sé, sarebbe un colpo grosso. Con una capitalizzazione di 129 miliardi di franchi, circa 118 miliardi di sterline, UBS diventerebbe la quarta società del FTSE 100, l’indice principale della Borsa londinese, dietro soltanto a HSBC, Shell e AstraZeneca. La banca ha già una presenza importante oltremanica: vi impiega circa 8 mila persone tra investment banking, gestione patrimoniale e asset management.

UBS e Reeves non hanno voluto commentare, mentre il Tesoro britannico non ha risposto alla richiesta del Financial Times. Il quotidiano, d'altro canto, precisa che non vi è alcun indizio che la banca stia attivamente pianificando un trasferimento nel Regno Unito o in un’altra giurisdizione.

Le pressioni sulla banca

Il retroscena, osserva il Financial Times, mostra come diversi governi stranieri abbiano tentato di attirare la maggiore banca svizzera, mentre in patria è impantanata in una lunga battaglia politica sulla riforma delle regole bancarie. E arriva in un momento di forte pressione su UBS.

Il 23 settembre scorso il Consiglio degli Stati ha approvato l’obbligo, per le banche di rilevanza sistemica, di coprire al 90% con capitale di qualità primaria (CET1) le partecipazioni nelle filiali estere, contro il 45% attuale. Il Consiglio federale proponeva il 100%, mentre la commissione preparatoria aveva prospettato una soluzione mista, metà CET1 e metà obbligazioni AT1: un compromesso che lo stesso Kelleher aveva giudicato accettabile, ma che il plenum ha respinto. Secondo la banca, la versione dei «senatori» le imporrebbe circa 16 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo. Il dossier passerà ora al Consiglio nazionale, che se ne occuperà nella sessione invernale, in dicembre.

Kelleher, per contro, ha ammesso pubblicamente il mese scorso che UBS potrebbe riconsiderare la sua presenza in Svizzera se la stretta dovesse rivelarsi troppo onerosa, pur indicando come obiettivo un «compromesso svizzero» che le consenta di restare. Più netti due grandi azionisti, Cevian Capital e Artisan Partners. Quest’ultimo, che detiene oltre l’1,8% del capitale, a inizio ottobre ha scritto al Consiglio di amministrazione che la Svizzera «non è più una sede attraente o desiderabile» per UBS. Secondo i suoi calcoli, il capitale supplementare costerebbe agli azionisti circa 36 miliardi di dollari di valore di Borsa.

Stati Uniti in pole

Londra, comunque, non sembra la prima scelta. Molti osservatori, ricorda il Financial Times, considerano gli Stati Uniti l’alternativa più probabile, vista la regolamentazione più leggera e l’ambizione di UBS di misurarsi nella gestione patrimoniale con rivali di Wall Street come Morgan Stanley. L’anno scorso alti dirigenti della banca hanno avuto colloqui con esponenti dell’amministrazione di Donald Trump su un possibile trasferimento. E proprio mercoledì il Wall Street Journal ha riferito di piani d’emergenza con tre scenari: l’acquisto di un istituto americano seguito dal trasloco della sede negli Stati Uniti, una fusione con un concorrente europeo oppure la vendita a una banca statunitense.

Diversi analisti dubitano però della fattibilità di una partenza, tra complicazioni giuridiche e la possibilità che la Svizzera imponga alla banca una pesante imposta d’uscita, che secondo alcune stime supererebbe ampiamente i 10 miliardi di dollari. Altri ritengono più probabile una fusione con una grande banca americana o europea. A fine settembre anche la consigliera federale Karin Keller-Sutter aveva definito un trasferimento «poco probabile».

Sergio Ermotti a Bellinzona

In Ticino il tema è approdato mercoledì sera all’Hotel Unione di Bellinzona, durante la tavola rotonda per gli 80 anni del Gruppo Regazzi. Interpellato dal direttore editoriale del Gruppo Corriere del Ticino Sacha Dalcol, il CEO Sergio Ermotti ha ricordato che l’80% degli azionisti non è svizzero e chiede di valutare anche altre opzioni. Ciò non significa, ha precisato, che una partenza totale o parziale sia già decisa: «Siamo una parte importante di questo Paese e vogliamo continuare a esserlo anche in futuro». In Svizzera UBS impiega oltre 30 mila persone, su circa 110 mila nel mondo.

Il corteggiamento laburista

I colloqui tra Reeves e Kelleher, sottolinea infine il Financial Times, illustrano anche gli sforzi del Partito Laburista per attirare le imprese internazionali da quando è al potere, cioè dal 2024. Reeves si era guadagnata il plauso dei banchieri risparmiando al settore aumenti d’imposta nell’ultimo budget, dopo un’intensa campagna di lobbying. Da luglio, però, al numero 11 di Downing Street siede John Healey, nominato dal nuovo primo ministro Andy Burnham. E tra i dirigenti del settore cresce il timore che il nuovo cancelliere possa prendere di mira le banche con aumenti fiscali nel suo primo budget, atteso entro fine mese.

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