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UBS valuta un piano d’uscita? Il nodo delle regole sul capitale

Secondo il Wall Street Journal sarebbero allo studio tre scenari, dalla fusione con un istituto straniero alla cessione – Non c’è però alcun annuncio di trasferimento – Sergio Ermotti: «Siamo una parte importante di questo Paese»
©KEYSTONE/Claudio Thoma
Red. Online
15.10.2026 08:55

L’ipotesi che UBS lasci la Svizzera torna a circolare, ma per ora resta un’indiscrezione. Il Wall Street Journal, citando persone informate sulla vicenda, riferisce che la grande banca starebbe preparando scenari d’emergenza nel caso in cui Berna inasprisse i requisiti di capitale. Tra le opzioni ci sarebbero l’acquisto di un istituto finanziario statunitense, seguito dal trasferimento della sede centrale negli Stati Uniti, una fusione con un concorrente europeo oppure la cessione a una banca americana.

Di che cosa si tratta

Il dossier è quello dei requisiti patrimoniali per le grandi banche, discussi dopo il crollo di Credit Suisse e la sua acquisizione da parte di UBS nel 2023. Il punto controverso riguarda le partecipazioni della società madre svizzera nelle controllate all’estero. Se una di queste subisse forti perdite, potrebbe perdere valore anche la partecipazione detenuta dalla casa madre. La proposta mira quindi a fare in modo che quest’ultima disponga di riserve più solide per assorbire le perdite, riducendo il rischio che una crisi della banca ricada sullo Stato e sui contribuenti.

Il 23 settembre il Consiglio degli Stati ha approvato l’obbligo di coprire al 90% con capitale di qualità primaria — il cosiddetto CET1 — le partecipazioni estere delle banche sistemiche. Finora era richiesta una copertura del 45% con CET1, cui si aggiungeva un ulteriore 17% in strumenti AT1. Il CET1 è la componente più solida del capitale di una banca e può assorbire direttamente le perdite; gli AT1 sono obbligazioni che, a determinate condizioni, possono essere svalutate o convertite in capitale. Il Consiglio federale aveva proposto di arrivare al 100% con CET1, mentre la commissione preparatoria aveva prospettato una soluzione mista: 50% CET1 e 50% AT1. La decisione del Consiglio degli Stati non è definitiva: la proposta deve ancora passare dal Consiglio nazionale.

Che cosa è stato detto finora

È su questo confronto che si innesta il retroscena americano. UBS considera eccessivi i requisiti più severi e teme che possano penalizzare la sua competitività internazionale. Anche alcuni azionisti hanno alzato la pressione: all’inizio di ottobre Artisan Partners, che detiene oltre l’1,8% del capitale, ha esortato la banca a lasciare la Svizzera, sostenendo che le nuove regole renderebbero il Paese una sede meno attrattiva.

Dall’altra parte, i vertici della banca hanno più volte indicato di voler continuare a operare dalla Svizzera. L’amministratore delegato Sergio Ermotti ha definito questo l’obiettivo di UBS, mentre il presidente Colm Kelleher ha parlato di un «compromesso svizzero» che consenta alla banca di restare nel Paese. Anche la consigliera federale Karin Keller-Sutter, alla fine di settembre, aveva giudicato poco probabile un trasferimento, richiamandone i costi e le complicazioni giuridiche.

Un eventuale spostamento della sede centrale – che risulta al momento un'ipotesi da prendere con le pinze – non significherebbe automaticamente la chiusura delle attività svizzere: UBS potrebbe continuare a servire clienti e imprese nel Paese. Cambierebbe però il luogo da cui viene guidato il gruppo, con conseguenze per il rapporto fra la banca e la piazza finanziaria elvetica. Per ora, la notizia riguarda scenari riferiti da fonti anonime; la partita concreta resta quella parlamentare sulle regole di capitale.

«Siamo una parte importante di questo Paese»

Proprio ieri sera, all’Hotel Unione di Bellinzona, durante la tavola rotonda «La Svizzera contro il resto del mondo?» per gli 80 anni del Gruppo Regazzi, il direttore editoriale del Gruppo Corriere del Ticino Sacha Dalcol ha chiesto direttamente a Sergio Ermotti se UBS possa trasferire la propria sede all’estero. Il CEO ha ricordato che l’80% degli azionisti della banca non è svizzero e che questi chiedono di valutare anche altre opzioni. Non significa, ha precisato, che la partenza dalla Svizzera — totale o parziale — sia già decisa: «Siamo una parte importante di questo Paese e vogliamo continuare a esserlo anche in futuro».

Il CEO ha parlato anche di una fiducia incrinata nei rapporti tra UBS e il Paese, o almeno con una parte della politica svizzera. Ha ricordato le 72 ore del marzo 2023 in cui istituzioni e banca lavorarono nella stessa direzione per evitare il fallimento di Credit Suisse: uno spirito di collaborazione che, a suo giudizio, è mancato prima e soprattutto dopo il salvataggio.

Ermotti ha infine richiamato l’attenzione sui dipendenti: oltre 30 mila lavorano in Svizzera, su circa 110 mila nel mondo. Dietro quei numeri, ha ricordato, ci sono persone e famiglie che non vogliono essere considerate approfittatrici o accusate di ricattare il Paese.

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