I tre uomini del regime romeno: così il comunismo si impone a Est

Se si guarda alla Storia con superficialità, l’emergere dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est dopo la Seconda guerra mondiale sembra la conseguenza di normali tornate elettorali. In una delle precedenti puntate abbiamo appreso come sia, invece, frutto di calcolate pressioni di Mosca sui governi e sulle Commissioni di controllo instaurate dopo gli armistizi. In Romania, il Partito comunista vince un’elezione affetta da brogli vistosi; poi monopolizza il potere e lo detiene sino alla fine degli anni Ottanta. Lo fa con un triplo salto attraverso i profili di tre dirigenti che rappresentano meglio che altrove i metodi con cui il comunismo s’impone in tutta l’Europa orientale: Petru Groza, Gheorghe Gheorghiu-Dej e il simbolo incarnato del regime romeno, Nicolae Ceaușescu.
Petru Groza, il capitalista al servizio di Stalin
Petru Groza (1884-1958) nasce da una famiglia di religiosi a Băcia, in Transilvania. Studia diritto in Ungheria, poi a Berlino e Lipsia, un percorso di formazione internazionale comune a molti intellettuali di quella parte d’Europa, in quel frangente storico, come il celebre poeta Mihai Eminescu.
Dopo gli studi, Groza torna in patria ed esercita come avvocato, coinvolto nella vita della Chiesa ortodossa. Comincia la carriera politica nel Partito nazionale, formazione che sostiene gli interessi dell’etnia romena in una Transilvania ancora parte dell’Impero austro-ungarico. È membro dell’assemblea che vota il ritorno della regione alla Romania, dopo la Prima guerra mondiale.
Groza si avvicina poi alla destra populista e sale al governo come ministro. Personalità istrionica, nel 1933 fonda un proprio partito contadino, Frontul Plugarilor («Fronte degli aratori»), e lo colloca nell’area del Partito comunista.
Un modello di contraddizioni utile a Mosca
Groza è un campionario delle contraddizioni che Stalin cavalca per imporre il comunismo nell’Europa orientale. È tra gli uomini più ricchi della Transilvania: banchiere, imprenditore minerario, azionista di decine di società. In Unione sovietica sarebbe finito in un gulag come nemico del popolo, scrive in quegli anni il giornalista americano Joachim Joesten.
Attratto dal potere, Groza si sottomette a Stalin in modo quasi farsesco. Il celebre politico e giornalista Corneliu Coposu, nel suo libro «Testimonianze – Dialoghi con Vartan Arachelian» (Mărturisiri: Corneliu Coposu în dialog cu Vartan Arachelian, Humanitas, 2014) racconta come Groza incontra per la prima volta Stalin: si inchina ai suoi piedi e lo saluta come l’eroe che sognava sin da bambino.
Il Partito comunista fatica a crescere, in quegli anni, in Romania. Contadini e imprenditori temono le espropriazioni, Mosca ha bisogno di un uomo di provata fedeltà staliniana ma con un profilo che rassicuri i proprietari agricoli e industriali. Così, proprio il borghese Groza, imposto da Stalin, dal 1945 guida il primo governo comunista della Romania; è Groza che promulga le leggi sulla collettivizzazione delle terre e delle imprese. Eppure, non si iscriverà mai al Partito comunista.
Le istituzioni romene, intanto, si omologano al modello sovietico: con la nuova Costituzione (1952) lo Stato si orienta al marxismo-leninismo.
Gheorghe Gheorghiu-Dej, l’uomo della transizione
Il nome di Gheorghe Gheorghiu-Dej (1901-1965) è ancora piuttosto citato in Romania; fuori, è oscurato da quello del suo più noto successore, Nicolae Ceaușescu. Insieme a quest’ultimo, Gheorghiu-Dej vive in gioventù anni di prigionia, conseguenza del loro comune attivismo per il Partito comunista.
Nato in Moldavia, Gheorghiu-Dej lavora come elettricista nelle ferrovie. La biografia ufficiale tende a esagerarne i meriti nella lotta sindacale, ma il suo impegno negli scioperi degli anni Trenta, quando i ferrovieri reclamano migliori condizioni di lavoro, è reale.
Gheorghiu-Dej trascorre undici anni da detenuto. È tra i prigionieri politici che cooperano, svolgendo lavoro forzato, allo scavo del canale artificiale tra il Danubio e il porto di Constanța, nel sud della Romania. L’opera diventa un crocevia del trasporto fluviale europeo e accorcia di ben 400 chilometri il percorso dal Centro Europa al Mar Nero.
Eletto segretario generale del Partito comunista, Gheorghiu-Dej approva ed esegue le direttive che Stalin impartisce da Mosca, incluso l’iniquo sfruttamento delle risorse romene attraverso le società miste costituite in quegli anni con l’Unione sovietica.
Gheorghiu-Dej alla guida del governo
Nel 1952 Gheorghiu-Dej succede a Groza alla guida del governo e resta l’unico regista del potere a Bucarest. Fa arrestare e processare militanti che erano stati suoi compagni di lotta negli anni della clandestinità e ora gli rimproverano un eccessivo dogmatismo: tra questi vi sono figure di spicco del comunismo romeno come Ana Pauker, Teohari Georgescu, Vasile Luca.
Nel 1953 Stalin muore e viene rinnegato nella stessa Unione sovietica: Gheorghiu-Dej perde la sua stella polare e imbocca una politica ondivaga; strizza l’occhio all’Occidente, ma non rinuncia ad altre epurazioni di oppositori e intellettuali non graditi. Nei suoi ultimi anni intreccia le relazioni con gli Stati uniti su cui speculerà con astuzia il suo successore Ceaușescu.
Ceaușescu, dalla bottega al vertice dello Stato
Trasferitosi a Bucarest undicenne dal villaggio rurale di Scornicești, in Oltenia, dove aveva frequentato le scuole elementari, Nicolae Ceaușescu (1918-1989) vive nella capitale come apprendista calzolaio. Prende parte giovanissimo all’agitazione comunista contro i regimi fascistoidi di Re Carlo e del generale Antonescu. Una celebre foto lo ritrae all’età di 15 anni, detenuto nel carcere di Doftana.
Gli si deve riconoscere tenacia: incarcerato a più riprese per oltre un decennio, non rinnega l’attivismo politico e vi ritorna in ogni intervallo di libertà. Dopo la guerra, Ceaușescu è giovane deputato e viceministro dell’agricoltura: esegue le espropriazioni volute dal governo Groza e reprime con durezza le proteste dei contadini che rifiutano di cedere le terre. Passa poi al Ministero della difesa.
La formazione di Ceaușescu
Non è chiaro come Ceaușescu acquisisca la formazione che queste cariche richiederebbero. La ricercatrice Lavinia Betea, in un recente studio pubblicato su Historia, osserva che in quegli anni il Partito comunista romeno è guidato da uomini di bassissima istruzione; organizza classi ed esami interni per permettere ai militanti di conseguire in fretta titoli di studio, ma il valore concreto di tali corsi resta assai dubbio.
Ceaușescu ottiene la Maturità in età adulta; consegue un titolo universitario in scienze economiche, frutto della conversione di un diploma ottenuto nella scuola del Partito; avrebbe anche frequentato un addestramento militare in Unione sovietica.
Queste formazioni non sembrano lasciare traccia profonda in lui: le sue competenze economiche non paiono registrare progressi osservabili; Ceaușescu è un carattere curioso, dimostra astuzia istintiva e capacità organizzative, ma parla con un forte accento dialettale e commette proverbiali errori linguistici. «Non si può dire che [Ceaușescu] non sapesse né leggere né scrivere, ma non era molto lontano dall’essere analfabeta» annota il giornalista Daniel Matei.
Ceaușescu al vertice del Partito
Nel 1965 muore Gheorghiu-Dej, lasciando vacanti la guida del Partito comunista e dello Stato. Ceaușescu è membro dell’Ufficio politico del Partito; in questa veste si comporta con attenzione, mostrandosi esecutore ligio e affidabile degli ordini superiori.
Ceaușescu è poco istruito ma tutt’altro che ingenuo: si muove con destrezza nei corridoi della politica e può influire sui membri del Partito che devono votare il successore del defunto Gheorghiu-Dej. Promette a ciascuno di essi, se sarà eletto lui, vantaggi e posizioni di potere; da parte loro, i membri dell’Ufficio politico vedono in Ceaușescu un dirigente ancor giovane e manipolabile, che non li ostacolerà nel curare i loro personali giardinetti di potere.
Accettano il patto, votano per lui e se ne pentono: appena eletto al vertice, Ceaușescu silura proprio coloro che lo hanno sostenuto e si circonda di persone la cui fedeltà gli è garantita da legami personali, a cominciare dalla moglie Elena. «Quelli che pensavano di eleggere un leader manipolabile erano stati loro stessi manipolati», ironizza lo storico Adrian Cioroianu.
La salita al potere di Ceaușescu è suggellata dalla riforma costituzionale del 1965: il nuovo testo codifica il ruolo-guida del Partito comunista; il neoeletto «conducator» si appropria di tutte le leve dello Stato.
Così comincia il regno dei Ceaușescu
Il comunismo in Romania si impone convertendo al culto di Stalin un ricco e colto borghese transilvano, Petru Groza; si consolida con Gheorghe Gheorghiu-Dej, un funzionario moldavo che dimentica di aver lottato da giovane contro la dittatura e diventa lui stesso autocrate di un regime che non tollera il dissenso. A questi succede un astuto artigiano dell’Oltenia, dal profilo analogo a quello di molti altri governanti comunisti e, purtroppo, di non pochi politici del nostro tempo: scarsa istruzione, acutissimo fiuto per il potere e cinica ostinazione nel conquistarlo scambiando favori nelle retrovie.
Proprio quest’ultimo, Nicolae Ceaușescu da Scornicești, con la sua onnipotente consorte, una folla inferocita caccerà a sassate dal vertice dello Stato, nel dicembre del 1989. Dei loro 24 anni di regno ci occuperemo ben presto.





