L'approfondimento

Il comunismo nell’Est Europa: non fu solo volontà di Mosca

L’instaurarsi del regime comunista in Romania, al termine della Seconda guerra mondiale, è un esempio di come ciò avviene anche negli altri Paesi dell’Europa orientale e ci offre utili moniti per l’attualità
© AP Photo/Czarak Sokolowski (Keystone)
Luca Lovisolo
01.07.2026 23:00

L’instaurarsi del regime comunista in Romania, al termine della Seconda guerra mondiale, è un esempio di come ciò avviene anche negli altri Paesi dell’Europa orientale e ci offre utili moniti per l’attualità. Nelle ultime fasi della guerra, l’Europa giace divisa in due campi: all’Est gli Stati liberati e occupati dai sovietici, all’Ovest quelli liberati e occupati da Stati uniti e Regno unito. La Germania è divisa all’interno.

Nel precedente articolo abbiamo lasciato la Romania alla caduta del regime di Ion Antonescu, il 23 agosto 1944. Con una mossa analoga a quella compiuta dall’Italia con l’armistizio di Cassibile (3-8 settembre 1943) e con la successiva, meno ricordata convenzione di Malta (29 settembre), la Romania firma a Mosca, il 12 settembre 1944, un armistizio con il quale fuoriesce anch’essa dall’alleanza con la Germania.

Gli armistizi: verso la divisione dell’Europa

Con la resa, l’Italia apre le porte agli anglo-americani; in Romania e nel resto dell’Europa orientale gli accordi comportano l’ingresso delle truppe sovietiche. L’applicazione degli armistizi è gestita da «Commissioni di controllo» che sovrintendono di fatto ai governi.

Gli emissari che compongono le Commissioni devono rappresentare, sulla carta, sia gli alleati occidentali sia l’Unione sovietica; in concreto, il loro peso differisce da Paese a Paese e determina il destino delle due parti d’Europa.

Nell’Europa occidentale le Commissioni sono dominate dagli statunitensi, la presenza sovietica resta una formalità; nei Paesi dell’Est avviene l’inverso. Qui, attraverso le Commissioni, Mosca comincia a lavorare per dettare la propria linea.

Il ruolo del Partito comunista romeno

Il Partito comunista di Romania era sorto nel 1921 da una scissione dal Partito socialdemocratico. Da tempo Mosca tentava di infiltrare l’Europa con attività di spionaggio e misure attive a sostegno dei movimenti comunisti, preoccupando i governi. Per opporsi a queste ingerenze, nel 1924 il ministro della giustizia romeno Gheorghe Mârzescu promulga una legge, ricordata con il suo stesso nome («Legge Mârzescu»), che mette il Partito comunista fuorilegge.

Vent’anni dopo, nel 1943, i comunisti prendono parte alla destituzione del governo Antonescu. La caduta del regime non è merito esclusivo del Partito comunista, al contrario di quanto sostiene una narrazione diffusa. È un moto comune dei partiti storici – liberali, socialdemocratici e Partito dei contadini – soppressi da Antonescu ma ancora attivi come movimenti, a cui si uniscono i comunisti. Le loro milizie cooperano agli arresti dei funzionari compromessi.

Caduto Antonescu, Re Michele affida il governo a Constantin Sănătescu, un militare – sorta di Pietro Badoglio alla romena – che assume il ruolo politico di guidare la Romania fuori dalla dittatura. Il suo governo è sostenuto insieme da forze borghesi e dalle sinistre, incluso il Partito comunista. Quest’ultimo, in simbiosi con la Commissione di controllo, diventa lo strumento con cui l’Unione sovietica attua a Bucarest i suoi desiderata.

Governi deboli e narrazioni distorte

Il governo Sănătescu resta in carica pochi mesi. L’eterogenea coalizione che lo sostiene si spezza: da una parte, i borghesi guardano verso occidente; dall’altra, comunisti e socialdemocratici piegano verso l’Unione sovietica.

Si diffonde la narrazione secondo cui le forze borghesi non sarebbero «democratiche», perché legate al residuo del regime Antonescu. La stessa retorica s’impone in altri Paesi dell’Europa orientale, ma anche in Italia, e tende a nobilitare i partiti comunisti come uniche forze democratiche e antifasciste: una narrazione che resiste fino a oggi, benché avulsa dai fatti.

Nell’ottobre 1944 Re Michele forma un nuovo governo e ne affida ancora la guida a Sănătescu, cercando di soddisfare gli appetiti di entrambi i campi. A vicecapo del governo s’insedia Petru Groza, un giurista vicino alle sinistre. È un momento di gravi eventi criminali, nella capitale: appena un mese dopo, sostenuti dalla Commissione di controllo, comunisti e socialdemocratici pretendono la guida dei ministeri dell’interno e della difesa. Accusato di debolezza, Sănătescu si ritira.

L’inviato sovietico e il ricatto di Stalin

Voce di Stalin a Bucarest in quella fase è Andrej Vyšinskij, diplomatico sovietico nato in ucraina da famiglia polacca. Nella veste di vicecommissario del popolo (viceministro) degli Affari esteri dell’Unione sovietica, Vyšinskij compie in Romania tre lunghe visite. Vi si trattiene ogni volta per settimane.

Le sue presenze nella capitale romena, documentate nel saggio a più mani «Le tre visite di Vyšinskij a Bucarest» (Tri vizita A. Ja. Vyšinskogo v Bucharest), uscito a Mosca per Rosspen nel 1998, sono il perno intorno a cui ruota il progressivo asservimento della Romania al campo sovietico.

L’armistizio stabilisce l’annullamento del Secondo arbitrato di Vienna (1940) e riassegna così alla Romania i Carpazi. Stalin, però, incontrando il capo del Partito comunista romeno Gheorghe Gheorghiu-Dej, li utilizza come arma di ricatto: la Romania può riavere i Carpazi se Re Michele accetta che al governo salgano i partiti fedeli all’Unione sovietica; inoltre, Stalin chiede l’allineamento politico della Romania a Mosca e la collettivizzazione delle terre e dell’industria.

Senza alternative: un golpe di fatto

Il capo del governo succeduto a Sănătescu, Nicolae Rădescu, si oppone alle pressioni di Stalin e cerca di mantenere l’ordine, ma le dimostrazioni fomentate dai comunisti si aggravano. I disordini culminano nel febbraio 1945, dinanzi al Ministero degli interni, con i dimostranti che chiedono la rimozione del capo del governo. La Romania è a un passo dalla guerra civile.

Dinanzi allo stesso edificio, 44 anni dopo, si svolgeranno le proteste che costringeranno Nicolae Ceaușescu e il regime comunista alla fuga. La somiglianza tra le immagini di repertorio delle rivolte del ’45 e di quelle dell’89 è impressionante, sebbene l’obiettivo dei dimostranti fosse opposto.

L’inviato sovietico Vyšinskij chiede che Re Michele deponga il governo Rădescu e lo rimpiazzi con un esecutivo controllato dai comunisti. Il sovrano rifiuta, in prima battuta. La tensione è massima: il Partito comunista continua a fomentare i disordini; i componenti occidentali della Commissione di controllo non esercitano alcuna influenza concreta.

I sovietici minacciano di occupare il Paese, se il sovrano non si piega. Lasciato senza alternative, Re Michele accetta di nominare il primo ministro voluto da Stalin, Petru Groza, che compone un governo dominato dalle forze vicine a Mosca. È un colpo di Stato di fatto: l’Unione sovietica ha imposto i suoi uomini.

La guerra finisce: l’ipocrisia di Jalta

Intanto finisce la guerra. Alla celebre Conferenza di Jalta del febbraio 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin concordano, a parole, che in Europa si tengano elezioni libere. In questo contesto, Stati uniti e Regno unito insistono affinché il governo della Romania comprenda anche forze borghesi, anziché le sole sinistre.

Confidando nella parola degli occidentali, Re Michele vuole formare un nuovo esecutivo e chiede a Groza di dimettersi. Questi, con un atto d’insubordinazione senza precedenti, rifiuta.

Il sovrano, da quel momento, nega la sua firma agli atti del governo e lo pone fuori legge, stagliandosi come oppositore all’instaurazione del comunismo. Il governo comincia repressioni e purghe contro funzionari, militari e attivisti non allineati.

La resistenza del sovrano dura poco. Le dimostrazioni del novembre 1945 a favore della monarchia, contro la presa del potere da parte dei comunisti, vengono represse nel sangue. Le dichiarazioni di Jalta si dimostrano deboli: dietro le belle parole, Stati uniti e Regno unito lasciano mano libera a Stalin sull’Europa orientale e si accontentano di una presenza formale di forze democratiche al governo di Bucarest, con generiche garanzie sulle libertà fondamentali. L’esecutivo resta controllato dai partiti fedeli a Mosca. Re Michele si scopre abbandonato dagli occidentali.

Le elezioni tradite: il re lascia il trono

Le elezioni del 1946 si svolgono tra brogli e disordini. Senza meraviglia, producono una maggioranza schiacciante a favore delle sinistre, nel silenzio dei governi occidentali.

Il 30 dicembre 1947 Re Michele è costretto ad abdicare e a lasciare il Paese; lo stesso giorno s’instaura la «Repubblica popolare romena», guidata dal regime comunista che governerà la Romania fino al 1989.

Al posizionamento mitteleuropeo durante gli anni del poeta Eminescu e all’orientamento francese dei decenni successivi subentra l’asservimento a Mosca della Romania, unico Paese latino del Patto di Varsavia.

Una lezione che vale anche per noi

La divisione dell’Europa non avviene a Jalta, anche se la celebre Conferenza omonima ne è diventata simbolo. Matura nelle cancellerie degli Alleati e si trasmette ai governi attraverso le Commissioni di controllo e i partiti fedeli ai due campi.

L’imporsi del comunismo nell’Europa orientale non è solo esito delle ingerenze di Mosca. L’Occidente accetta il tacito abbandono dei Paesi dell’Est all’Unione sovietica, sfilandosi dal supporto alle forze che in quei Paesi sostenevano la democrazia.

Una rinuncia che ha condannato mezza Europa a quarant’anni di dittatura e ha molto da insegnarci anche oggi, dinanzi ai conflitti che ci circondano.

Questo approfondimento fa parte di una seria curata dal ricercatore indipendente Luca Lovisolo in esclusiva per CdT.ch. Per leggere la prima puntata clicca qui. Per leggere la seconda puntata clicca qui. Per leggere la terza puntata clicca qui. Per leggere la quarta puntata clicca qui. Per leggere la quinta puntata clicca qui