L'approfondimento

Antonescu e il suo regime: la Romania nella Seconda guerra mondiale

Alla questione del territorio dobbiamo tornare, per scoprire un nuovo capitolo della storia romena che unisce Bucarest alle altre capitali d’Europa
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Luca Lovisolo
24.05.2026 06:00

Se il passato più remoto lega la Romania alla presenza dell’Impero romano nell’Europa orientale e al mondo latino, l’opera del poeta ottocentesco Mihai Eminescu colloca il Paese nel pieno della Mitteleuropa, prima che gli eventi del 1914/18 facciano virare la Romania verso una relazione preferenziale con la Francia

Alla fine della Prima guerra mondiale il Paese raggiunge la piena unità territoriale, intorno alle antiche radici della Dacia romana. Alla questione del territorio dobbiamo tornare, per scoprire un nuovo capitolo della storia romena che unisce Bucarest alle altre capitali d’Europa, tra i due conflitti mondiali: il sorgere, anche in Romania come in altri Paesi, di una dittatura nazionalista, sulla falsariga di fascismo e nazismo in Italia e Germania.

Antonescu non viene dal nulla

A differenza di Hitler e Mussolini, che piovono sul destino dei loro Paesi dal nulla o quasi – Hitler come pittore d’acquerelli, Mussolini come direttore di un giornale socialista – il generale Ion Antonescu (1882-1946) non giunge sconosciuto, nelle istituzioni romene.

Militare, durante la Prima guerra mondiale sale al grado di generale; è a Parigi nel 1919 per partecipare alla conferenza di pace in cui si discute la posizione della Romania al termine del conflitto. Per l’occasione scrive un saggio di sapore nazionalista sull’origine del suo Paese, con l’intento di motivare le pretese territoriali rappresentate alla Conferenza dall’allora capo del governo romeno, Ion Brătianu.

L’addetto militare francese in Romania, Victor Pétin, descrive Antonescu come «estremamente orgoglioso, sciovinista e xenofobo», riporta Herny Deletant nella monografia dedicata al generale. Tra le due guerre Antonescu svolge un ampio ventaglio di attività diplomatiche e militari. Giunge a Capo di stato maggiore delle Forze armate, poi fugace Ministro della difesa ad interim e, infine, Ministro degli esteri, prima di salire alla guida del governo.

Re Carlo di Romania, sovrano nella tempesta

Re di Romania in quel momento è Carlo II., sovrano controverso dalla gioventù burrascosa. Amori imprudenti lo avevano spinto all’esilio in Francia e alla rinuncia alla corona; già nel 1930, però, torna in patria, autorizzato dal governo, per sopperire alle debolezze della reggenza che guida il Paese dopo la morte di suo padre Ferdinando, in assenza di un altro erede adulto al trono.

Carlo promette di rispettare la Costituzione e di separarsi dalla donna con la quale vive, violando le norme della corona; continua, in realtà, la vita di sempre. Instaura un regime autoritario di cui il generale Antonescu, sulle prime, è una leva di prima grandezza. Carlo governa con un consiglio regio, emarginando il parlamento; fonda la Guardia patriottica, un’organizzazione giovanile analoga a quelle instituite da Mussolini e Hitler.

Il re vuole limitare la crescente influenza del Movimento legionario, o Guardia di ferro, un raggruppamento squadrista che guadagna crescente presenza politica e paramilitare. Il 21 settembre 1939 i legionari uccidono il capo del governo, Armand Călinescu, che li avversava con energia.

Comincia la guerra

Da venti giorni Hitler ha invaso la Polonia e dato così la stura alla Seconda guerra mondiale. Re Carlo avvicina la Romania al Terzo Reich, convinto di trovare nel Führer un protettore dell’integrità territoriale del suo regno.

Come l’ucraino Stepan Bandera negli stessi anni, Carlo sbaglia i conti: quando l’Unione sovietica pretende i territori della Romania settentrionale, recuperati da Bucarest nel 1918, la protezione di Hitler non vale a nulla; al Führer, della Romania, importa solo il petrolio.

Hitler sa che l’Europa è debole e lo lascia fare, dopo il malaugurato accordo di Monaco del 1938; l’anno dopo, Germania e Unione sovietica firmano il trattato di non-aggressione passato alla storia come Patto Molotov-Ribbentrop. La Romania subisce le conseguenze degli ingenui tentativi europei di pacificare Hitler: deve cedere la Bessarabia e la Bucovina settentrionale all’Unione sovietica, la Dobrogia meridionale alla Bulgaria.

Con il Secondo arbitrato di Vienna, nel 1940, la Romania perde anche i Carpazi, che passano all’Ungheria. A nulla valgono le leggi razziali che Re Carlo firma per allinearsi a Hitler. La posizione del sovrano, considerato responsabile di queste disfatte, non è più sostenibile.

Il re deposto dal generale

In un clima di decomposizione, a settembre 1940 Carlo nomina il generale Antonescu a capo del governo. Gli attribuisce poteri speciali, sperando che riesca a contenere l’avanzata dell’Ungheria e a controllare la rabbia popolare, mentre i legionari ultranazionalisti della Guardia di ferro alzano la voce.

In realtà, Antonescu in quel frangente si affianca proprio ai legionari, diventati nel frattempo uno dei maggiori partiti fascisti d’Europa, insieme a quello italiano e a quello nazionalsocialista di Hitler. Con l’appoggio della Guardia di ferro, Antonescu costringe il re ad abbandonare il Paese; il trono passa al principe Michele, nemmeno ventenne.

Antonescu si autoproclama «Duce dello Stato», una definizione – «Conducător» – che ritornerà decenni più tardi, per indicare il leader comunista Nicolae Ceaușescu; governa con decreti plenipotenziari, esautorando il re.

Il ruolo della Guardia di ferro

Nel governo Antonescu, i legionari della Guardia di ferro detengono la vicepresidenza, ministeri importanti e numerosi sottosegretariati. Il regime del generale è improntato a nazionalismo e antisemitismo. Con un’operazione che va sotto l’eufemismo di «romanizzazione», gli ebrei romeni vengono discriminati ed espropriati dei beni.

Nell’esecutivo, però, convivono componenti diverse. Antonescu si serve delle une o delle altre alla bisogna. I legionari adottano metodi sempre più simili a quelli delle SS del Terzo Reich.

Il quadro della guerra muta: Hitler ora progetta di muovere contro l’Unione sovietica e cerca il supporto della Romania. Antonescu teme che i legionari si scatenino anche contro di lui. Chiede supporto a Hitler, per esautorarli dal governo. Il Führer accetta, a parole, ma chiede in cambio l’appoggio della Romania nella guerra contro l’Unione sovietica.

La ribellione dei legionari e la guerra

Antonescu acconsente, allontana i legionari dal governo e questi, in reazione, organizzano disordini che mettono a ferro e fuoco Bucarest, accanendosi in particolare contro gli ebrei. Il generale riesce a sedare i moti e dichiara fuorilegge i legionari; il loro capo, Horia Sima, sfugge all’arresto rifugiandosi proprio in Germania, svelando il doppio gioco del Führer. Hitler coinvolgerà ancora Sima nei suoi piani, nell’ultimo scorcio di guerra.

Fedele al patto con Hitler, Antonescu lancia l’esercito romeno contro l’Unione sovietica. Le truppe di Bucarest occupano la Bessarabia e la Bucovina settentrionale; avanzano insieme ai militi tedeschi, a quelli italiani e dell’Asse sino a Stalingrado, ma la guerra è persa.

La Romania registra perdite ingenti e deve cedere di nuovo all’Unione sovietica la Bucovina settentrionale, oggi parte dell’Ucraina, e la Bessarabia; questa diventa prima una repubblica sovietica e poi, dal 1991, l’odierna Repubblica di Moldova.

Le truppe sovietiche entrano in Romania. Con l’appoggio del giovane re Michele, Antonescu viene deposto e catturato, per essere condannato e fucilato a guerra finita, nel 1946.

Antonescu e la memoria del suo regime

La legge romena vieta l’esaltazione di persone e ideologie comuniste, fasciste o xenofobe, tra cui Antonescu. Tuttavia, la sua figura non fa l’unanimità, nella memoria dei romeni. Vi è chi vede in lui un eroe dell’unità nazionale, per aver deposto un re che l’aveva fratturata e aver combattuto per ricostituirla. Altri giudicano ingiusto il processo che lo condannò. La relazione tra il generale e i legionari della Guardia di ferro non era la stessa che legava Mussolini al Partito nazionale fascista italiano; la qualificazione di Antonescu come «fascista» appare sbrigativa, il suo regime era più simile a una dittatura militare.

Una parziale riabilitazione giudiziale di Antonescu è avvenuta nel 2006; appena due mesi fa, la Corte d’appello di Bucarest ha respinto un ulteriore ricorso, per difetto di legittimazione attiva, ora devoluto alla Corte di cassazione. Anche sull’antisemitismo dell’era Antonescu vi sono giudizi divergenti. Simpatie per i «legionari» sono riemerse in Romania presso personaggi legati alla manipolazione delle elezioni presidenziali del 2024, annullate a causa delle pesanti ingerenze russe.

Le differenze con il fascismo italiano

Antonescu motivava la sua azione a fianco di Hitler con la volontà di recuperare l’unità della Romania e frenare l’espansione del comunismo propugnata da Stalin. È utile un confronto con l’Italia, Paese che non ha vissuto il comunismo reale.

Nella vicina Penisola, la condanna del fascismo è stata immediata e univoca; il comunismo è considerato da molti un’ideologia virtuosa e ciò contribuisce a rafforzare il giudizio negativo su Mussolini. La Romania, al contrario, alla caduta di Antonescu non ha vissuto la Liberazione, come l’Italia alla caduta del fascismo, ma è scivolata dalla dittatura nazionalista in quella comunista.

Anche per questo, la condanna contro il regime del generale, certo non tenero, ma che agiva contro l’instaurazione del comunismo, oggi è meno automatica. La sconfitta di Antonescu, che aveva tentato di resistere a Stalin e al bolscevismo, a Bucarest non ha significato la riconquista della libertà, ma l’inizio di quarant’anni di nuova repressione.

Questo approfondimento fa parte di una seria curata dal ricercatore indipendente Luca Lovisolo in esclusiva per CdT.ch. Per leggere la prima puntata clicca qui. Per leggere la seconda puntata clicca qui. Per leggere la terza puntata clicca quiPer leggere la quarta puntata clicca qui.