L'approfondimento

Perché la figura di Stepan Bandera è considerata controversa?

Se si ascolta la propaganda russa, si sente ripetere questo nome come origine di tutti i mali: è davvero così? Proviamo a fare chiarezza
Manifestanti di Svoboda, partito che con Pravyj Sektor si rifà all'ideologia del politico nazionalista, con l'immagine di Bandera nel 2009. © Wikipedia
Luca Lovisolo
28.09.2023 18:15

La figura di Stepan Bandera è tra le più citate, tra chi vuole convincere il mondo che l’Ucraina sia intrisa di nazismo. A Bandera e ai suoi pari, attivi tra gli anni Venti e la fine della Seconda guerra mondiale, si attribuisce di aver collaborato con il Terzo Reich. Se si ascolta la propaganda russa, si sente ripetere il nome di Bandera come origine di tutti i mali.

Stepan Bandera era un nazionalista. Questa qualificazione non è né positiva né negativa, finché chi predica questa idea resta nei limiti del lecito. Bandera questi limiti li superò ampiamente. Più uomo d’azione che di pensiero, fu attivista e poi leader di una parte dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, autrice di numerosi attentati in Europa. Bandera non era uno stinco di santo. Chi lo definisce «nazista» dovrebbe spiegare, però, come sia possibile accusare di nazismo un soggetto come Bandera, che nella Germania di Hitler, per quasi tutta la Seconda guerra mondiale, fu detenuto prima in carcere e poi in campo di concentramento a Sachsenhausen, mentre vedeva morire due suoi fratelli nel lager di Auschwitz. Qualcosa non quadra.

Parlare di Stepan Bandera ci ricorda la relazione fra la nazione polacca e quella ucraina, di cui abbiamo detto nella scorsa puntata. Ci permette inoltre di conoscere meglio due regioni dell’Ucraina: la Volinia e la Galizia. In quest’ultima, la relazione tra polacchi e ucraini fu difficile.

I centri perduti dell’Europa asburgica

Come la Bucovina, della quale abbiamo parlato a proposito della minoranza romena, la Galizia è una di quelle regioni europee che persero la loro centralità culturale ed economica con la nascita degli Stati nazionali dell’Europa orientale, alla fine della Prima guerra mondiale. Sino al 1918, tra Polonia meridionale, Ucraina, Ungheria, Slovacchia e Romania non vi erano frontiere. Popoli delle etnie più diverse convivevano nell’Impero austroungarico, piuttosto liberale e rispettoso delle diversità.

La circolazione era accresciuta dai commerci. Chi arrivava dall’Asia attraverso il Mar Nero risaliva sino alla Bucovina e passava in Galizia. Il suo capoluogo, Leopoli, era un centro di scambio (oggi diremmo un hub) verso i mercati dell’Europa centrale, dalla Polonia al Nord Italia. Nacquero così, in quelle regioni, un contesto sociale e una fioritura culturale straordinari. Per conoscere quel mondo bisogna leggere gli autori che ne raccontano la fine, cominciata nel 1918 con la caduta dell’Impero. Su tutti, il romanzo La Marcia Radetzky e il racconto La cripta dei cappuccini, di Joseph Roth, struggente confessione di un figlio che vive la fine della monarchia asburgica nel lento morire di sua madre e nello sfaldarsi delle sue relazioni.

Più discosta e contadina è la Volinia, a nord della Galizia, che invece era parte dell’Impero russo. Un geniale squarcio su questa regione lo apre ancora Roth, nel racconto Giobbe: un maestro di scuola ebreo emigra per povertà dalla Volinia verso gli Stati uniti, prima che la Grande guerra gli faccia perdere due figli, morti per lo zar. Non si capisce il mondo di Stepan Bandera, nato in Galizia nel 1909, senza queste letture.

La Grande guerra, e tutto cambia

Dopo il 1918 gli Stati che sorsero in quelle terre cominciarono a contendersi ciò che restava della loro ricchezza intellettuale ed economica. La Galizia fu divisa: a ovest passò alla Polonia. Nell’est, a maggioranza ucraina, sorse la Repubblica popolare d’Ucraina occidentale. Ne fu presidente Jevhen Petruševyč, ex deputato a Vienna. Con la Repubblica si costituì la Rada, il consiglio di politici, amministratori locali e maggiorenti dei territori ucraini lasciati liberi dalla caduta dell’Impero asburgico, con l’obiettivo di costituire uno Stato ucraino unitario. Il crollo dell’Impero russo, sotto i colpi della Rivoluzione d’Ottobre, liberava anche il resto dell’Ucraina, dove si costituiva un'altra repubblica. Nel gennaio 1919 le due repubbliche furono unificate: si registrò così la nascita del primo Stato indipendente ucraino moderno. Durò meno di un anno.

Se la Galizia orientale era popolata in prevalenza da ucraini, il suo capoluogo, Leopoli, era abitato a maggioranza da polacchi e Varsavia riteneva di avervi diritto. In un breve conflitto armato, la Polonia conquistò la regione. Il resto dell’Ucraina cedette ai Bolscevichi e nel 1922 entrerà nell’Unione sovietica.

Il sogno degli ucraini non muore

Il sogno di un’Ucraina libera e unita era morto sulla carta, ma non negli animi degli ucraini. Stepan Bandera era un bambino di dieci anni, di salute cagionevole. L’opposizione degli ucraini della Galizia al dominio polacco prese anche forme più concilianti, ma trovò espressione in movimenti che perpetravano gravi attentati contro politici e dignitari di Varsavia. Al centro di queste attività vi fu l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), in cui Bandera si impegnò sin dagli anni dell’università. Diventerà la sua ragione di vita. Ebbe parte attiva nell’ordire le azioni: per questo motivo fu processato e incarcerato.

Liberato nel 1939, all’inizio dell’invasione della Polonia da parte della Germania di Hitler, Bandera tornò in campo. Bisognava combattere anche l’Unione sovietica di Stalin, che ai suoi occhi era la prosecuzione dell’impero zarista, oltre che propagatrice del comunismo. Non aveva senso liberare la Galizia dai polacchi per consegnarla ai sovietici. Bisognava unificare l’intera Ucraina e sgombrarla da ogni dominio straniero.

L’errore fatale

Qui Bandera commise un errore di valutazione clamoroso. Mentre l’armata del Terzo Reich avanzava contro l’Unione sovietica con l’Operazione Barbarossa, Bandera accettò che brigate formate da uomini della sua organizzazione marciassero a fianco dei nazisti. Seguendo il principio «il nemico del mio nemico è mio amico» pensò che Hitler, in cambio, gli avrebbe permesso di ricostituire un governo indipendente in Galizia, verso la riunificazione dell’Ucraina.

Hitler non ci pensava nemmeno. Sull’Ucraina, il Führer aveva lo stesso progetto che ha oggi Putin, mutatis mutandis: conquistarla e colonizzarla, per sopprimerla come nazione e farne la marca orientale del Terzo Reich. Quando Hitler capì che Bandera non condivideva lo stesso intento, gli mandò a dire di non farsi illusioni e lo fece arrestare. Nel complesso, la «collaborazione» fra Bandera e il Terzo Reich durò pochi giorni, nell’estate del 1941.

Mentre Bandera era in carcere, l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini formò l’Esercito insurrezionale ucraino (UPA). Questo combatté sia i tedeschi sia i sovietici e anche i polacchi. Fu protagonista di violenze che ne fanno un soggetto tuttora controverso. La relazione tra queste due entità e il ruolo di Bandera in questa fase non sono chiari. Dalla prigionia non aveva possibilità di guidare la sua organizzazione. Quando fu liberato, alla fine della guerra, ne era ormai emarginato.

Le ultime battaglie e la morte

Finita la guerra, la Galizia era diventata parte dell’Ucraina, ma sotto il giogo sovietico. Il nemico polacco era stato sconfitto, quello russo no. Bandera proseguì la sua battaglia con alcuni sodali, installandosi a Monaco di Baviera sotto falso nome.

Nei due volumi Abbecedario ucraino, forse l’opera di consultazione più dettagliata sull’Ucraina scritta in originale in italiano, il ricercatore marchigiano Massimiliano di Pasquale ricostruisce le ultime ore di vita di Stepan Bandera: «Il giovane […] indirizza la mano destra, nella quale tiene un giornale arrotolato, verso il volto dell’uomo. Si sente un dolce scoppiettio. Il corpo del cinquantenne calvo si muove all’indietro, poi di lato. […] Il dottore di servizio […] non potrà che constatarne il decesso».

Il giovane è un agente del KGB, i servizi segreti sovietici. Ammetterà poi il fatto. Nel giornale arrotolato tiene un’arma che spara un gas capace di indurre un arresto cardiaco senza causare ferite visibili. Il cinquantenne è Stepan Bandera, che muore, ufficialmente per infarto, il 15 ottobre 1959, ucciso per essere un attivista antisovietico.

Cosa ci insegna Stepan Bandera

La storia di Stepan Bandera ci ricorda quanta prudenza serva, nel giudicare personaggi come lui. Farne un eroe sembra esagerato: ebbe i suoi meriti, nella battaglia per l’Ucraina indipendente, ma guidò azioni sanguinose. Vero che si avvicinò a Hitler, perché illuso che sarebbe servito alla sua causa, ma dal Führer venne subito arrestato. Le idee di Bandera si orientavano alla destra nazionalista, più vicina al fascismo che al nazismo. Questa, però, era l’ideologia dominante di quel tempo ed episodi di collaborazionismo, violenti e criminali, si ebbero in tutta Europa. Ciò non migliora le cose, ma impedisce di dire che l’Ucraina fosse più nazista, più fascista o più collaborazionista di altri Paesi.

La Galizia di Bandera, poi, negli anni di cui parliamo, benché abitata da ucraini, era ancora parte della Polonia, non dell’Ucraina. Quest’ultima era già sovietica e comunista dal 1922, sotto il pugno di ferro di Stalin. Se si dice che i fatti di allora influenzano l’Ucraina di oggi tanto da farne uno «Stato nazista», come vuole Putin, bisogna dirlo anche di Italia, Francia, Ungheria o Romania.

Personaggi come Stepan Bandera non mancano mai, nella Storia. Nel giudicarli, attenersi ai fatti resta la guida più sicura.

Questo approfondimento fa parte di una seria curata dal ricercatore indipendente Luca Lovisolo in esclusiva per CdT.ch. Per leggere la prima puntata clicca qui. Per la seconda clicca qui. Per la terza clicca qui. Per la quarta clicca qui. Per la quinta clicca qui. Per la sesta clicca qui. Per la settima clicca qui. Per l'ottava clicca qui.

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