L'approfondimento

Il mosaico delle etnie ucraine

Detto delle lingue parlate nel Paese, è utile conoscere meglio le tre minoranze più numerose in Ucraina dopo quella russa: polacca, ungherese e romena
Leopoli ancora oggi ha una forte presenza di discendenti polacchi. © Shuterstock
Luca Lovisolo
28.08.2023 12:30

Per riprendere il discorso lasciato nella scorsa puntata, dedicata alle lingue, è utile conoscere meglio le tre minoranze etniche più numerose dell’Ucraina, dopo quella russa: quella polacca, quella ungherese e quella romena.

La presenza polacca tra storia e attualità

Quando si parla di minoranza polacca in Ucraina bisogna distinguere tra la popolazione etnicamente polacca esistente oggi e la relazione storica fra Ucraina e Polonia. L’ultimo censimento condotto dallo Stato ucraino, che offre un quadro delle appartenenze etnico-linguistiche, risale al 2001. È una fotografia ancora valida, per farsi un’idea. Solo il tempo potrà dire quali effetti avrà la guerra di oggi sulla questione.

La relazione fra l’etnia polacca e la storia ucraina non può essere intesa come una particolarità storico-territoriale, come si farebbe per il Sudtirolo italiano. Le persone di etnia polacca, secondo il censimento, sono oggi poco meno di 150.000, in un arco di territorio che piega da Žytomyr verso Leopoli, passando per Chmel'nyc'kyj (secondo alcuni studiosi sarebbero in realtà circa il doppio). Sono ciò che resta di un passato in cui lingua e cultura polacca erano protagoniste, in Ucraina. La lunga appartenenza di buona parte del territorio ucraino alla Confederazione polacco-lituana fece sì che il polacco, ancora a fine Seicento, fosse la lingua dell’insegnamento, dell’amministrazione statale e della giustizia, a Kyiv. Polacco e russo si combattevano per la preminenza, a danno della lingua ucraina.

La comunità polacca si componeva di nobili e amministratori che esercitavano una forte influenza sulla vita dell’Ucraina. Taras Ševčenko, il pittore e scrittore simbolo dell’identità culturale ucraina, era nato nel 1814 da una famiglia al servizio di Pavlo Engelhart, un possidente polacco di origine tedesca. Le tre spartizioni della Polonia tra Prussia, Russia e Impero austroungarico, alla fine del 18. secolo, poi la Rivolta di novembre, nel 1830/31, ridussero di molto il ruolo della lingua polacca in Ucraina, a vantaggio di quella russa. Nondimeno, i possidenti polacchi conservarono molta voce in capitolo, benché fossero minoranza della popolazione. Mentre i maggiori notabili polacchi si misero dalla parte dell’Impero russo, il resto della minoranza polacca si alleò spesso agli ucraini nella loro lotta di affermazione nazionale. Intanto, nella parte di Ucraina finita sotto il controllo dell’Impero austroungarico, Leopoli diventava un attivo centro di cultura polacca. Nelle regioni ucraine governate dagli austriaci, però, i polacchi non fecero causa comune con gli ucraini. Le due comunità ebbero relazioni difficili, che culminarono nella breve Guerra ucraino-polacca, tra il 1918 e il 1919. In quel contesto s’inserì l’opera di un altro nome-simbolo dell’identità ucraina, lo storico e politico Mychajlo Hruševs'kyj (1866-1934), il primo studioso che osò smontare la pretesa della Russia di essere unica erede dell’antica Rus’ e di avere perciò un diritto naturale di proprietà sull’Ucraina (come vorrebbe ancora oggi Putin).

A dare il colpo di grazia alla presenza polacca in Ucraina furono le deportazioni di Stalin e le epurazioni da parte dei controversi movimenti nazionalisti ucraini tra le due guerre. Il resto lo fece la politica di russificazione imposta dall’Unione sovietica. Si arriva così ai poco meno di 150.000 ucraini di etnia polacca rimasti oggi. L’elemento religioso resta unificante, per la comunità polacca. In Ucraina, come in Bielorussia, il termine polacco è sinonimo di cattolico. In tutte le chiese cattoliche che ho visitato in Ucraina, gli avvisi ai fedeli erano scritti in polacco. In una, a Leopoli, ho osservato che in polacco veniva celebrata anche la Messa. Finita la pressione della monocultura russa imposta da Mosca, dal 1991, con l’indipendenza dell’Ucraina, le comunità polacche hanno potuto organizzare scuole e iniziative proprie. Non tutti i polacchi d’Ucraina, però, considerano la lingua un distintivo etnico: molti affermano di parlare abitualmente ucraino o russo. Il polacco resta la lingua della stretta cerchia familiare o dei riti religiosi, documenta Ewa Dzięgiel nel suo studio: The Polish Language and the Polish Minority in Ukraine (2015), per l’Accademia delle scienze di Varsavia.

La minoranza ungherese e i contrasti con Budapest

Se la minoranza polacca è più dispersa sul territorio, diversa è la storia della minoranza ungherese, concentrata nella pittoresca regione montana della Transcarpazia. Questo territorio fece parte dell’Ungheria e, come tale, dell’Impero austroungarico. Nel 1918 fu una delle tante terre contese fra i nuovi Stati emersi dal crollo dell’Impero. Prima fu parte della Cecoslovacchia, poi tornò all’Ungheria e nel 1945 fu annessa all’Ucraina, allora repubblica dell’Unione sovietica. La minoranza ungherese in Transcarpazia conta anch’essa circa 150.000 persone ed è quella con la quale esistono i maggiori contrasti. Il leader ungherese Viktor Orbán, per attrarsi i consensi delle frange più nazionaliste del suo Paese, sfrutta le tensioni di questa regione di frontiera a propri fini politici, come Putin si è servito della minoranza russa del Donbas per scatenare la sua guerra neoimperiale. Orbán predica una «grande Ungheria» storica, estesa sino ai Carpazi e alla Transilvania. Lo scontro tra Ucraina e Ungheria è forte: Budapest ha concesso la cittadinanza ungherese a un certo numero di ucraini della Transcarpazia, in aperta violazione della legge di Kyiv. Vi sono scolari della Transcarpazia che frequentano scuole dove si parla solo ungherese: quando poi devono iscriversi all’università o cercare lavoro nel resto dell’Ucraina, sono svantaggiati perché non si esprimono correntemente in ucraino. Dalla ripresa della guerra, il 24 febbraio 2022, l’Ungheria di Orbán blocca aiuti e decisioni dell’Unione europea a favore dell’Ucraina, montando ad arte le tensioni con Kyiv e con Bruxelles.

La Bucovina, divisa tra Ucraina e Romania

La vicina regione della Bucovina, divisa oggi tra Ucraina e Romania, ha un passato di singolare varietà etnica e di crocevia di commerci. Lo scrittore ebreo tedesco Edgar Hilsenrath (1926-2018) vi arrivò in fuga dalle persecuzioni di Hitler. Ne ha lasciato vive testimonianze:

«La lingua parlata nelle città, ad esempio a Černivci, era il tedesco, ma per strada si potevano sentire anche altre lingue […]. In ogni villaggio si parlava una lingua diversa, romeno nei villaggi romeni, ruteno in quelli ruteni, tedesco in quelli tedeschi e così via. Usi e costumi erano diversi da un paese all’altro. Anche le case e le fattorie erano diverse, così come le chiese e i luoghi di culto delle diverse religioni. Io abitavo a Siret, a 40 chilometri da Černivci: gli ebrei parlavano yiddish, i funzionari romeni in romeno […]. Vivevano tutti insieme in pace, finché un giorno cambiò tutto. Presero il potere i fascisti romeni».  (E. Hilsenrath, Le avventure di Ruben Jablonski).

Nella Bucovina ucraina vive oggi una corposa minoranza romena. Se la si somma a quella moldava, anch’essa di lingua romena, si giunge a circa 400.000 persone. A differenza di ciò che accade con l’Ungheria di Orban, però, le relazioni con la Romania e la Repubblica di Moldova sono più fluide, nessuno di questi Stati cerca di sfruttare le minoranze etniche in Ucraina per acuire i contrasti.

Essere in Bucovina fa percepire il filo invisibile che lega le regioni europee che furono austro-ungariche. Sono arrivato nel suo capoluogo Černivci in treno, una mattina di ottobre, dopo un viaggio in un vagone-cuccetta collettivo di fabbricazione sovietica ancora circolante. In città gli adulti parlavano russo, le scolaresche vocianti che incrociavo per strada, ucraino. A Černivci si respira la stessa aria che pervade ovunque l’ex Impero austroungarico, da Timișoara a Cracovia, da Innsbruck a Trieste. Ne sono ripartito una mattina prestissimo, su un autobus paurosamente sgangherato, per arrivare a Suceava, in Romania, dopo una snervante attesa alla frontiera di Siret, proprio dove abitava Hilsenrath. Eppure, il profilo discreto delle colline, l’architettura inconfondibile delle case della Bucovina restano uguali, di qua e di là del confine, in una regione d’Europa in cui le frontiere, fino al 1918, non esistevano.

Ecco perché noi occidentali fatichiamo a capire i problemi delle etnie in Ucraina. Nell’Est Europa le lingue convivono e cambiano nel tempo. In Ucraina vi sono minoranze presenti da secoli, quasi invisibili, che in molti momenti della Storia hanno affiancato gli ucraini nelle loro battaglie; altre sono il lascito di eventi che hanno diviso regioni un tempo unite. Talune alzano la voce e vengono sfruttate da Paesi confinanti a loro scopi politici o imperialistici; talaltre prendono atto dello status quo e cercano di lenire i contrasti. Alcune sono concentrate in regioni definite, altre sono sparse a grappoli sul territorio; oppure accade che in città si parli una lingua, nella campagna appena fuori un’altra. Poi arriviamo noi occidentali, con la nostra boria, e proponiamo di «federalizzare» o «cantonalizzare» l’Ucraina. La storia dei nostri vicini dell’Est è più complicata.

Questo approfondimento fa parte di una seria curata dal ricercatore indipendente Luca Lovisolo in esclusiva per CdT.ch. Per leggere la prima puntata clicca qui. Per la seconda clicca qui. Per la terza clicca qui. Per la quarta clicca qui. Per la quinta clicca qui. Per la sesta clicca qui. Per la settima clicca qui.

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