L'approfondimento

La «sistematizzazione», ferita insanabile lasciata da Ceaușescu

Il contrasto fra la casa contadina di Ceaușescu e le aride palazzine nel resto dell’abitato, a poche centinaia di metri di distanza, non era casuale
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Luca Lovisolo
21.10.2026 14:45

Quando cominciai a lavorare sulla figura di Nicolae Ceaușescu, per approfondire il processo che ne segnò la condanna a morte nel 1989, alla fine del regime comunista, volli partire dal suo luogo di nascita, Scornicești. Volevo capire da dove provenisse colui che era riuscito a scalare come un fulmine le gerarchie del Partito comunista romeno, per poi sedere un quarto di secolo a capo dello Stato, senza istruzione oltre la quarta elementare e con una formazione da artigiano calzolaio.

Scornicești si trova nella campagna dell’Oltenia, a ovest di Bucarest. Ci arrivai in un paio d’ore guidando un’auto presa a noleggio in un hotel della capitale. Mi aspettavo il tipico borgo di vecchie e pittoresche case contadine, circondate dai loro appezzamenti di terreno.

Mi ritrovai in un abitato di palazzine a più piani, non altissime ma prive di ogni relazione con la vita rurale. Il paese consisteva in una larga via rettilinea centrale dalla quale si dipartivano alcune strade laterali; l’unico edificio antico visibile era la chiesa ortodossa.

Dov’è finita casa Ceaușescu?

Da qualche parte doveva pur essere, la casa natale di Ceaușescu… sapevo che esisteva ancora, conservata dagli eredi. Percorsi più volte su e giù la via centrale del paese, tra palazzine slabbrate sotto cui sostavano rugginose auto Dacia 1300, davanti a vetrine di negozi ingrigite dal tempo.

Dopo qualche andirivieni per la via, la modesta ma moderna automobile su cui viaggiavo cominciava a dare nell’occhio dei pochi passanti, ma di casa Ceaușescu nessuna traccia. In fondo all’abitato, sulla destra, scorsi una stazione di polizia. L’agente di guardia, non senza meravigliarsi che uno straniero fosse arrivato fin lì, mi sorrise: «Più avanti, dopo il ponte, c’è una curva a sinistra… lì c’è la casa dove è nato Ceaușescu».

Trovai l’abitazione, restaurata e convertita in memoriale. Nell’ampio terreno circostante troneggiava un busto gigante di Ceaușescu, montato su un basamento marmoreo. La proprietà era incustodita ma accessibile, la si poteva osservare da vicino. Tutto era rimasto com’era.

«Sistematizzazione» realizzata… con un’eccezione

Il contrasto fra la casa contadina di Ceaușescu e le aride palazzine nel resto dell’abitato, a poche centinaia di metri di distanza, non era casuale: era, forse, la rappresentazione più efficace del piano di «sistematizzazione» urbanistica («sistematizarea») voluto proprio da Ceaușescu. Ne vedevo, in quel momento, la realizzazione nel suo villaggio natale.

Fra le tracce lasciate sulla Romania dal regime comunista, la devastazione del patrimonio edilizio storico è tra quelle più visibili fino a oggi: la casa di Ceaușescu, sarà stato un caso, rimase esclusa dalle demolizioni.

Un’idea coltivata da tempo

L’idea non era nuova: sin dai primi anni del Novecento, raggiunta pochi decenni prima l’unità nazionale, in Romania si era posto il problema di razionalizzare lo spazio urbano. Erano sorti in quel periodo molti edifici che marcano tuttora il volto della capitale e delle città maggiori. Vi avevano collaborato architetti francesi, quando l’orientamento europeo del Paese era segnato da intense relazioni con Parigi.

Neppure il termine «sistematizzazione» era una novità: si sentiva già nei cinegiornali romeni dei primi anni Sessanta, quando il Partito comunista, guidato ancora da Gheorghe Gheorghiu-Dej, promuoveva la costruzione di nuovi complessi abitativi e commerciali.

È con l’arrivo al potere di Ceaușescu, però, che questo termine comincia a risuonare di un’eco sinistra. Gli studi per la sistematizzazione ceausista cominciano sin dalla sua salita al vertice, nel 1965.

Le azioni vengono codificate in una legge approvata nell’ottobre del 1974, poi nel programma stabilito dal congresso del Partito nel mese successivo. La «sistematizzazione» si può dividere in due capitoli: la trasformazione degli abitati contadini, da una parte; i profondi interventi nella capitale Bucarest, dall’altra.

Un disastro mascherato dalle buone intenzioni

Alla base della sistematizzazione delle abitazioni rurali vi è un intento all’apparenza nobile: portare nelle zone agricole il progresso della vita urbana e ridurre il divario nella qualità di vita fra città e campagne.

Anziché risanare e ammodernare le abitazioni esistenti, tutelando il contesto abitativo e paesaggistico, Ceaușescu impone la distruzione delle case contadine e la loro sostituzione con palazzine multipiano, dotate di tutti i servizi ma estranee alla cultura dei territori. Ignora l’avviso degli architetti che chiedono più equilibrio, tra edifici tradizionali e nuove costruzioni, contrari alla realizzazione di immobili concepiti secondo criteri di mera funzionalità, segnala la ricercatrice Georgeta Stoian Connor in uno studio pubblicato nel 2017 per la School of Liberal Arts di Lawrenceville (USA).

La «sistematizzazione» muta la vita e l’amministrazione delle campagne: la politica di collettivizzazione delle terre imposta dal Partito comunista richiede la costruzione di edifici governativi, sedi per gli organi del Partito e infrastrutture per gestire le nuove forme di produzione agro-pastorale. Le piccole attività industriali esistenti nelle campagne vengono in gran parte soppresse, per essere accentrate nei nuovi stabilimenti che sorgono presso le città maggiori.

La strage annunciata dei borghi contadini

Il progetto prevede la soppressione di tutti gli abitati che non raggiungono dimensioni tali da giustificare le attività di urbanizzazione: devono scomparire tra 5000 e 6000 villaggi, circa due terzi del patrimonio abitativo rurale della Romania, ha calcolato l’economista Per Ronnas in un saggio del 1989 uscito in Soviet Studies. La popolazione dei piccoli abitati distrutti deve trasferirsi in quelli più grandi, per gonfiarli sino a farne nuovi centri urbani.

I lavori cominciano e gli agricoltori traslocano nei nuovi appartamenti. Privati delle loro terre, collettivizzate dallo Stato, nei casermoni del regime trovano i comfort delle abitazioni urbane ma perdono la vita contadina che conducevano da generazioni.

Dove interviene la «sistematizzazione», il variegato paesaggio della campagna romena degenera in un asettico alternarsi di edifici squadrati e senz’anima, disposti in parallelo lungo strade rettilinee, come quella sulla quale mi ero trovato con la mia auto a noleggio nel paese natale di Ceaușescu. Vedere la sua casa risparmiata dalla «sistematizzazione», ben curata e ridipinta, mi aveva fatto immaginare e rimpiangere l’aspetto delle campagne romene prima che vi passasse la falce «sistematizzante» del regime.

L’astronave nel deserto per i ricevimenti ufficiali

A pochi chilometri dal suo paese natale, Ceaușescu aveva fatto costruire un enorme edificio destinato a ospitare ricevimenti politici internazionali.

Poi convertito in hotel, il complesso assomiglia ancora oggi a un’astronave discesa nel deserto: si può immaginare il contrasto ancor più acuto, rispetto alle condizioni di vita del periodo comunista.

Per curiosare, mi ci ero fermato a pranzo, rimanendo per tutto il tempo l’unico avventore del ristorante.

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