Il punto

«Non proprietari, bensì custodi delle architetture del Festival»

La rassegna internazionale del cinema si è appena dotata di una carta che mira a garantire la qualità delle strutture temporanee — Mattia De-Sassi, direttore del dipartimento operativo: «Dobbiamo trovare un equilibrio tra estetica, esigenze pratiche e costi»
La sostituzione del castello di tubolari d’acciaio progettato da Livio Vacchini per lo schermo aveva sollevato polemiche © Ti-Press/Pablo Gianinazzi
Jona Mantovan
02.07.2026 06:00

«Una carta per domarle», si potrebbe dire parafrasando una citazione felicemente passata dalla letteratura alla celluloide. Non si parla di anelli come nella Terra di mezzo di Tolkien, ma del Locarno film festival e delle indispensabili strutture temporanee da «tenere a bada», appunto, ma che ne permettono lo svolgimento. In concreto, gli intenti sono definiti nelle otto paginette appena pubblicate sul sito della manifestazione (alla voce «Sostenibilità»). «Non siamo proprietari, bensì custodi temporanei di questo patrimonio collettivo, che include le speciali architetture provvisorie», spiega al Corriere del Ticino il direttore del dipartimento operativo, Mattia De-Sassi. Ma che significa? Semplice: «Con queste regole impresse nero su bianco, vogliamo garantire la massima qualità e trasparenza rispetto a come ci presentiamo a spettatrici e spettatori. Non solo sotto il profilo delle esigenze pratiche, della funzionalità o dei costi, ma anche sotto quello dell’estetica e del valore progettuale».

Un terzo della spesa originaria

Un delicatissimo equilibrio che l’anno scorso aveva rischiato di rompersi quando il castello di elementi tubolari d’acciaio che sorregge lo schermo in piazza Grande (raffigurato sulla banconota da venti franchi) era stato sostituito da un modello differente. «Molto più economico», si era detto all’epoca. «Ma più brutto. Vogliamo tornare a quello ideato da Livio Vacchini presentato nel maggio del 1971», avevano risposto i promotori di una petizione che al grido di «Don’t touch the screen» aveva raggiunto quasi diecimila sottoscrizioni.

Alcuni studi locarnesi saranno invitati a esprimere una visione che ci accompagnerà per cinque anni
Mattia De-Sassi, direttore del dipartimento operativo del Locarno Film Festival, 51 anni

Una situazione di polemica inaspettata che ha fatto salire la pressione finché, un giorno, gli organizzatori del principale evento culturale a livello nazionale hanno deciso che sì, si poteva fare, con una differenza: «Ora affidiamo a diverse realtà locali i lotti necessari al montaggio e all’allestimento, senza più un pacchetto a scatola chiusa», afferma il nostro interlocutore. Con grande sorpresa, la ridefinita configurazione permetterà di spendere, per mettere in piedi lo stesso «gigante» simbolo della rassegna che sarà impiegato nell’imminente 79. edizione, tanto quanto la soluzione «di passaggio» disprezzata dagli amanti delle opere del genio locarnese, autore di vari edifici di rilievo nel comprensorio. La somma corrispondeva a un terzo rispetto alla spesa originaria, era stato dichiarato. «Risparmiare significa poter investire di più nel programma artistico e nei progetti speciali», sottolinea il 51.enne, che aggiunge l’importanza di impiegare soldi pubblici con parsimonia.

«Abbiamo ripreso il controllo»

«Abbiamo ripreso il controllo di molti processi e questo ci ha permesso di analizzare importi, impatti e margini di miglioramento», evidenzia ancora De-Sassi. «Da qui, l’idea di una sorta di piccola “costituzione” che riconosce il valore pubblico e simbolico delle nostre costruzioni, oltre a definire criteri coerenti con la nostra identità. Accanto a questo importante documento, abbiamo poi avviato una procedura per selezionare cinque studi del Locarnese. Li inviteremo a esprimere una visione complessiva con l’obiettivo di definire un accompagnamento per i prossimi cinque anni».

Una persona di riferimento

Il nuovo «architetto di riferimento», dunque, lavorerà di concerto con gli altri attori, Città di Locarno in primis. «In passato, questo coinvolgimento non era strutturato. Ora sì. Alcune decisioni spettano a me, altre alla direzione, altre ancora al Consiglio di amministrazione. E ogni priorità, ogni flusso, per così dire, è scritto nello strumento che abbiamo appena redatto».

All’orizzonte si stagliano altri due capitoli importanti, forse gli ultimi nella definizione del futuro assetto della kermesse. Da un lato, il progetto «Nouvelle Belle Époque», per la riqualifica dell’area tra Largo Zorzi e piazzetta Remo Rossi (quella di fronte al PalaCinema) e, dall’altro, le esibizioni musicali estive nel «salotto buono», affidate alla «Moon&Stars» di Dani Büchi, che, oltre all’assegnazione del 2027, si è aggiudicata il periodo 2028-2032. «Insieme a loro, possiamo ragionare su un orizzonte di sei-sette anni», conclude De-Sassi. Oltre a cercare di ottimizzare il cantiere per installare il palco, ma anche l’enorme telone per le proiezioni, si dovrà capire il destino della «Magnolia», la copertura attorno all'omonimo albero concepita da un altro nome di peso: Michele Arnaboldi.

Riflessioni sulla «Magnolia»

«Bella, sì, ma anche “tosta” perché dall’assemblaggio complesso, perciò lungo e costoso. A settembre, inoltre, avvieremo una valutazione sul suo futuro. Quella zona, del resto, cambierà parecchio: ci saranno molti più alberi e sarebbe un peccato non approfittare dell’opportunità per studiare anche altre opzioni, facendo tesoro dei principi della Carta».

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