Caos TPC

Fiorenzo Dadò scagionato dall'accusa di denuncia mendace, resta la falsa testimonianza

Il presidente del Centro ribadisce di «avere agito nella più totale buona fede con l’unico intento di tutelare la fonte»
© CdT/Gabriele Putzu
Red. Online
31.03.2026 09:27

Nuovo capitolo nell’intricato puzzle del cosiddetto «caos al TPC». Il Ministero Pubblico ha emesso un decreto di abbandono per il reato di denuncia mendace, mentre ha emanato un decreto d'accusa a carico di Fiorenzo Dadò per falsa testimonianza.

Un decreto d'accusa e un decreto d'abbandono

La comunicazione è arrivata prima dall'Ufficio presidenziale del Centro, poi dal Ministero pubblico. Il quale precisa che nelle scorse ore il procuratore generale Andrea Pagani ha intimato due decisioni: nei confronti del granconsigliere è stato firmato un decreto d'accusa per il reato di falsa testimonianza in relazione alle sue dichiarazioni rilasciate l'8 ottobre 2024. La pena proposta è di 120 aliquote giornaliere da 200 franchi ciascuna (sospese condizionalmente per un periodo di prova di due anni) più una multa (1.000 franchi) e il pagamento delle spese giudiziarie. Nell'ambito del medesimo procedimento è stato emanato un decreto d'abbandono in relazione all'ipotesi di reato di denuncia mendace. L'addebito si riferiva alla consegna nel settembre 2024 alla Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio di un'asserita lettera anonima riguardante la situazione venutasi a creare al Tribunale penale cantonale. «Sulla scorta di un'attenta ricostruzione dell'accaduto e degli interrogatori svolti, non è risultato adempiuto l'elemento soggettivo del reato ipotizzato, che impone la presenza di dolo diretto».

«Piena fiducia» dal Centro

L'Ufficio presidenziale del Centro «prende atto con soddisfazione del decreto di abbandono con cui il Ministero Pubblico ha escluso la sussistenza degli elementi relativi al reato di denuncia mendace nei confronti del presidente cantonale». In merito all’ipotesi di falsa testimonianza, si legge ancora: «Il partito prende atto dell’emanazione del relativo decreto di accusa e ribadisce, alla luce degli sviluppi odierni, un punto già sollevato fin dall’inizio di questa vicenda, ossia la necessità di adottare gli strumenti adeguati per garantire ai rappresentanti politici eletti, di portare all’attenzione delle autorità competenti situazioni meritevoli di chiarimento, assicurando così una reale tutela delle fonti e un equilibrio rispetto alle conseguenze giuridiche da parte del segnalante. Il nostro presidente ribadisce di avere agito nelle circostanze oggetto del Decreto, nella più totale buona fede con l’unico intento di tutelare la fonte».

Il Centro, inoltre, «ribadisce con convinzione la piena fiducia nei confronti di Fiorenzo Dadò, riconoscendogli le finalità del suo agire. La scelta di segnalare elementi su cui è opportuno fare chiarezza, rientra pienamente nel ruolo di responsabilità politica di chi rappresenta i cittadini e agisce nell’interesse della collettività».

I fatti

Torniamo a metà settembre del 2024, quando l’ormai ex presidente del Tribunale penale cantonale (TPC), Mauro Ermani, era stato appena scagionato dall’accusa di pornografia in relazione all’ormai celebre immagine inviata su WhatsApp dallo stesso Ermani alla sua ex segretaria (una donna seduta tra due sculture a forma di fallo con la scritta «Ufficio penale»). Il 16 settembre Dadò, allora presidente della Commissione giustizia e diritti, informò i propri colleghi di aver ricevuto «una missiva priva di mittente, con allegata documentazione inerente la situazione venutasi a creare al TPC». Successivamente, «preso atto della documentazione, la Commissione ha proceduto a segnalare e a trasmettere il materiale al Consiglio della Magistratura». Il materiale in questione riguardava tre nuove fotografie, inviate ancora una volta da Ermani alla segretaria su WhatsApp nel 2020, ossia tre anni prima dell’invio della famosa foto dei falli. Le immagini ritraevano tre bambini. Nella prima si vedeva un bimbo baciare il muso di un maiale. Nella seconda, un bambino era immerso gambe e busto in un acquario intento a aspirare con la cannuccia l’acqua. La terza mostrava invece un bimbo mentre rovistava in una dispensa. Fotografato di spalle, si vedeva il sederino ricoperto di cereali e, accanto sul pavimento, la scatola rovesciata.

A un anno da quei fatti, a inizio novembre, il Ministero pubblico ha aperto un procedimento penale per chiarire se Dadò in quella circostanza abbia commesso o meno i reati di falsa testimonianza e denuncia mendace. «È nato tutto da una nostra segnalazione contro ignoti al Ministero pubblico», ci aveva spiegato il presidente del Consiglio della Magistratura Damiano Stefani. «Lo abbiamo fatto in quanto, in quei giorni, era stata ventilata l’ipotesi che potessimo essere stati noi a inviare quel materiale a Dadò. E quindi, per fare chiarezza, ma anche per liberarci da queste accuse e verificare che non ci fossero effettivamente fughe di notizie dal CdM, abbiamo deciso di segnalare i fatti al Ministero pubblico, che poi ha aperto un’inchiesta».

La presa di posizione di Dadò

Per quanto concerne la falsa testimonianza – per la quale è stato emesso un decreto d'accusa –, lo stesso Dadò non ha mai contestato la propria responsabilità, spiegando agli organi inquirenti di aver sostenuto la tesi dell’anonimato «nell’unico intento di salvaguardare l’identità della fonte di una segnalazione a lui pervenuta». Una tesi che ribadisce ancora oggi. Diversa, invece, la posizione del presidente del Centro riguardo alla denuncia mendace. Dadò ha contestato fermamente il reato, per il quale è stato ora emesso un decreto d'abbandono. La denuncia mendace, ricordiamo, colpisce «chiunque denunci all’autorità come colpevole di un crimine o di un delitto una persona che egli sa innocente, per provocare contro di essa un procedimento penale » (art. 303). Il Codice penale, inoltre, introduce un elemento supplementare riguardante le modalità. È infatti mendace la denuncia che viene ordita con « mene subdole », ossia con «subdoli tranelli».

Così disse

«Dovremo verificare che queste fotografie siano state effettivamente inviate dal giudice Mauro Ermani», premetteva Dadò il 16 settembre 2024, prima di aggiungere: «Resta il fatto che sono oscene e che non dovrebbero circolare in rete». E ancora: «Queste immagini denotano un totale disprezzo per i bambini e per l’infanzia, rappresentando l’esatto contrario di ciò che si dovrebbe trasmettere. I bambini non sono oggetti da esibire come in un circo, né da deridere o ridicolizzare ». In altre circostanze, le sue dichiarazioni furono persino più dure.

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