Presidio antifa, ecco perché la Polizia non è intervenuta

«Il dispositivo di Polizia e le misure eseguite durante la manifestazione non autorizzata» dello scorso 21 febbraio in centro Lugano, «sono state adottate in considerazione del rischio legato all’evento. In particolare, si è tenuto conto della possibile presenza di un numero elevato di partecipanti e della necessità di prevenire turbative dell’ordine pubblico, oltre a garantire la sicurezza delle persone presenti». Dopo il Municipio di Lugano, mercoledì anche il Consiglio di Stato ha risposto alle domande politiche sul presidio antifascista in piazza Manzoni e, in particolare, sul dispositivo di sicurezza delle forze dell’ordine. A porle, in due interrogazioni, i deputati dell’MpS Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini, entrambi presenti alla manifestazione nelle file degli antifascisti.
Quesiti ancora aperti
Lo scorso marzo, il Municipio di Lugano aveva risposto alle interpellanze di Lega e La Sinistra (è ancora pendente un’interrogazione dell’UDC) spiegando che, a mente dello stesso Esecutivo, vi fossero «gli stessi rischi di scontri tra manifestanti e contromanifestanti che pochi giorni prima avevano portato a non autorizzare la marcia indetta dal Fronte nazionale elvetico». Per quanto riguarda invece la decisione della Polizia di intimare ai manifestanti di disperdersi e quella successiva di non intervenire, così come quella di effettuare dei controlli di identità prima dello svolgimento della protesta (particolarmente criticati nell’atto politico della Sinistra), il Municipio aveva indicato che «le valutazioni tattico-operative sono di competenza della Polizia cantonale».
Qualcosina in più ha potuto dire il Governo, in particolare sui controlli di identità: «Gli agenti, nell’adempimento dei loro compiti, hanno la facoltà di esigere da ogni persona interpellata che giustifichi la propria identità». Per quanto riguarda invece l’impiego di droni o telecamere, la risposta è stata grosso modo la stessa dell’Esecutivo luganese: «Per motivi di sicurezza e di inchiesta – in particolare a tutela delle strategie operative applicate in questo caso e in vista di future situazioni analoghe – non possono essere fornite ulteriori informazioni».
Il timore di un’escalation
Il Consiglio di Stato ha poi riassunto quanto successo nei giorni precedenti il presidio, in particolare dopo che il Municipio aveva negato l’autorizzazione alla «marcia per la patria e la remigrazione» – annunciata a inizio febbraio dal Fronte nazionale elvetico e alla quale avrebbero partecipato altri due gruppi di destra: Active Club Helvetia e Schweizer Nationalisten – e deciso di non tollerare il presidio antifascista indetto appunto in piazza Manzoni dagli ambienti antagonisti, riuniti sotto varie sigle e partiti (SOA Il Molino, Collettivo Scintilla, Extinction Rebellion Ticino, Collettivo R-Esistiamo, MpS e altri gruppi). «Nei giorni precedenti la manifestazione, la municipale capodicastero Sicurezza, Karin Valenzano Rossi, aveva chiesto al Consigliere di Stato Claudio Zali (responsabile politico della Polizia cantonale) l’appoggio del Cantone. Il dispositivo di Polizia e le misure eseguite durante la manifestazione non autorizzata sono state adottate in considerazione del rischio legato all’evento. In particolare, si è tenuto conto della possibile presenza di un numero elevato di partecipanti e della necessità di prevenire turbative dell’ordine pubblico, oltre a garantire la sicurezza delle persone presenti. È stata inoltre considerata l’incertezza relativa alla possibile presenza del gruppo “avversario”, al quale era pure stata precedentemente negata l’autorizzazione per la propria manifestazione, circostanza che avrebbe potuto generare situazioni di tensione o criticità sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica». Per questi motivi, «considerati i dispositivi già in essere per i Carnevali di Biasca e Tesserete e la simultanea assenza di parte del personale a causa delle vacanze di carnevale, la Polizia cantonale aveva deciso di far capo al rinforzo di altri cantoni per la gestione e gli interventi di mantenimento dell’ordine, ovvero il Groupement romand pour le mantien de l’ordre».
Per quanto riguarda la decisione della Polizia di intimare ai manifestanti di disperdersi e quella successiva di non intervenire, il Governo ha spiegato che «verso le 15.15, l’assembramento di persone presente in piazza Manzoni ha effettuato un movimento, verosimilmente preparandosi per un corteo con degli striscioni in testa. Nelle prime file si sono schierati manifestanti muniti di striscioni e si è constatata la formazione di almeno un gruppo di individui vestiti di nero», dotati di oggetti contundenti, «e dalle dubbie intenzioni. Il sindaco è stato informato dell’eventualità dello spostamento e della possibilità che i partecipanti occupassero piazza Riforma o accedessero, bloccando la viabilità, al lungolago. Si è pertanto concordato di evitare l’accesso a piazza della Riforma con un cordone di polizia. In questo contesto sono state formulate le intimazioni di rito, tra le quali la possibilità, per i presenti, di lasciare liberamente la piazza. Le persone hanno così sempre avuto la possibilità di muoversi liberamente, in quanto è stato bloccato solo lo spostamento di un eventuale corteo. Trascorsi dieci minuti dall’intimazione è stato confermato dalla Polizia l’obiettivo prioritario di mantenere la situazione in piazza Manzoni statica. Le persone sono rimaste in piazza e l’intervento non si è reso necessario».
Pur non entrando nel merito «di singoli atti operativi», il Governo ha ribadito «che l’operato della Polizia cantonale si fonda sul quadro legale vigente e sui principi dello Stato di diritto, tra cui il rispetto dei diritti fondamentali e del principio di proporzionalità».






