«Zali, di sinistra su lista di destra. Basta dare la colpa di tutto a Berna»

Da sinistra con Fabrizio Sirica (PS), a destra, con il presidente dell’UDC Piero Marchesi. La serie di interviste estive in vista della ripresa con il botto dell’attività politica cantonale, si chiuderà domani con la co-coordinatrice dei Verdi Samantha Bourgoin.
Piero Marchesi, presidente dell’UDC dal 2016: da allora il partito è cresciuto parecchio. È ancora in grado di motivare la truppa?
«Assolutamente sì. L’UDC non è certo un partito stanco o appagato: è costantemente in marcia. C’è voglia di cambiamento e la volontà di continuare a crescere per dare risposte al Paese».
Quindi non molla?
«Perché dovrei mollare proprio ora? Nel 2016 il partito navigava attorno al 5,5%, alle ultime federali abbiamo superato il 15%, significa che il nostro lavoro è apprezzato dalla popolazione. Non dobbiamo cadere nella trappola di autocompiacerci. Il segreto è continuare a lavorare con impegno e costanza, senza sedersi mai».
È all’ultimo giro di danza?
«Ho già detto che sto cercando chi possa raccogliere il testimone: una figura che abbia forza, energia ed entusiasmo. Io vedo giovani promettenti, e questo mi dà fiducia per il futuro del partito».
Lo dice senza esitazione alcuna…
«Ho riflettuto se fosse meglio lasciare subito o affrontare ancora una tornata elettorale. Abbiamo scelto di continuare insieme, perché non vogliamo perdere slancio. Il momento ideale per assumere la presidenza - com’è avvenuto nel mio caso - è subito dopo le federali o le comunali: solo così si ha il tempo necessario per costruire e imprimere la propria linea al partito».
Importante al punto che terrebbe il piede in due scarpe: presidenza e candidato al Consiglio di Stato.
«Se dovessi candidarmi al Governo non vedo nulla di problematico. La linea dell’UDC è anche la mia, e viceversa. Il mio ruolo non è mai stato un freno. Anzi, credo che la chiarezza e la coerenza siano un dovere per chi rappresenta un partito».
Fa sorridere sentire che lei potrebbe non candidarsi al Governo…
«Non lo nego: l’Esecutivo mi interessa. Mi sento pronto ad affrontare questa sfida. È mia intenzione incidere maggiormente nella politica cantonale e contribuire a restituire al Ticino quel coraggio che, secondo molti, oggi manca. Governare significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando sono difficili o impopolari. Troppo spesso ci si limita a lamentarsi e scaricare le colpe sugli altri».
Allora sta bluffando?
«No, non bluffo. In politica è necessario essere prudenti ed astenersi dal pianificare troppo: quello che oggi sembra certo, domani può crollare. L’esperienza mi ha insegnato che i piedi devono restare ben piantati per terra».
L’UDC è un partito anomalo nel ruolo d’opposizione. Picchiate duro, ma siete così coinvolti al punto che poi si rendono indispensabili dei compromessi. Si riconosce?
«Il compromesso, quando serve a ottenere risultati, è parte integrante della politica. Ma se trasforma in tradimento dei principi, allora è vigliaccheria. L’UDC ha una linea chiara e ben riconoscibile, non tentenna: siamo quelli che aprono i fronti, che lanciano iniziative, che creano alleanze per vincere. E sappiamo anche supportare gli altri quando le loro proposte vanno nella giusta direzione».
È una questione di agenda politica?
«Sì. L’UDC è una locomotiva politica, a volte in solitaria, altre volte insieme a Lega, PLR o Centro, sovente con il sostegno de “Il Mattino della domenica”. Abbiamo saputo unire ambienti diversi, senza mai snaturarci. Noi non annacquiamo i nostri valori: sarebbe come tradire chi ci vota. E chi tradisce il proprio elettorato in politica ha vita breve».
«Stop all’aumento dei dipendenti pubblici» in votazione entro le cantonali del 2027?
«Assolutamente sì. Ma il Governo cercherà di rimandare il tema a dopo le elezioni: sa bene che l’aumento di 800 dipendenti in 5 anni è uno scandalo e una vergogna politica, che ha contribuito a compromettere le finanze cantonali. Temono il giudizio popolare, e hanno ragione a temerlo».
Potete cercare di convincere i «vostri» due in Governo?
«Ci proveremo con tutti e cinque. Ma ricordate l’iniziativa sulla riduzione delle imposte di circolazione, dove ci sono voluti ben 5 anni per permettere al popolo di votarla? Una telenovela. E purtroppo la melina non la decide l’UDC, ma spesso, oltre al Governo, le Commissioni e il Parlamento».
Apriamo il capitolo Lega?
«Prego».
Fate la voce grossa ma non strappate?
«L’UDC ragiona su quale sia la miglior soluzione per il futuro del Paese. Con Piccaluga il dialogo c’è, e c’è anche un impegno reciproco: entro l’autunno si chiarirà la situazione della ricandidatura di Zali. Nel frattempo abbiamo due scenari sul tavolo: correre assieme o correre da soli. La forza dell’UDC oggi è questa: non siamo costretti, scegliamo in autonomia, cercando di capire quale alternativa ci permetterà di essere più incisivi nella politica, in modo particolare quella cantonale».
Insomma, lei, da presidente, «tiene famiglia»… La Lega potrebbe servire?
«Vale per entrambi, sono cosciente dei benefici elettorali della collaborazione con la Lega, ma non nego neppure le criticità. Sono sempre stato un fautore di un’area comune, ma solo con la dovuta chiarezza, condivisione e impegno reciproco. Altrimenti si rischia di finire in un matrimonio d’interessi di bottega dove ci si guarda in cagnesco. E non lo nascondo: un’impronta più UDC dai leghisti in Governo sarebbe stata utile a tutti, non solo a noi, ma ai ticinesi che l’area l’hanno votata e che si aspettano risultati concreti».
Belle parole, ma Claudio Zali è stato chiaro e tassativo. Nulla da spartire con voi.
«Lo ringrazio, di cuore, aver chiarito pubblicamente a “La domenica del Corriere” che si riconosce più nella politica dei Verdi che in quella dell’UDC. Bene, almeno così i cittadini sanno da che parte sta, sebbene sia stato eletto anche grazie al contributo dei nostri sostenitori. È un uomo di sinistra, eletto su una lista di destra. Zali non può e non vuole rappresentare l’UDC in Governo. Forse nemmeno la Lega, ma questo non sta a me giudicarlo».
Non vi rappresenta e non vi potrà rappresentare?
«La palla è nel loro campo. Se correrà, l’accordo diventerà complicato».
Complicato o impossibile?
«Alla luce della sua chiara posizione politica contro l’UDC sarebbe incoerente. Ma la decisione finale spetta alla base, che comunque ha già fatto capire chiaramente cosa pensa. Io porto la mia opinione, ma il verdetto lo darà il partito».
Zali sarà assente alla seduta straordinaria del Gran Consiglio, cosa ne pensa?
«L’assenza si commenta da sé e non necessita di ulteriori aggiunte».
Con Zali sembra che lei abbia un problema di relazione personale.
«Io non ho problemi personali con nessuno, mi creda. Ma governare significa anche saper accettare le critiche, persino quelle più dirette. Anch’io, come sindaco, ne ricevo regolarmente: non per questo faccio il permaloso, o mi offendo e cerco vendetta. Fa parte delle regole del gioco. La politica non è un’aula di Tribunale dove il giudice non può essere criticato, bensì un’arena in cui occorre avere la pelle dura. E se non la si ha, forse è meglio scegliere un’altra strada».
Intanto Piccaluga attende una cena…
«Con piacere. Con lui ci si può sedere a tavola e discutere in modo costruttivo e in politica questo vale oro».
C’è un tesserato UDC (leghista in CdS) con il quale i rapporti si sono incrinati: Norman Gobbi.
«I rapporti sono rimasti corretti e improntati alla franchezza. Possiamo avere delle divergenze, ma a lui va riconosciuto che ascolta, accetta critiche, argomenta e non la prende sul personale. È un atteggiamento che apprezzo molto».
Gioco delle parti è anche accordarsi con Dadò per sparare sul lupo, anzi su Zali?
«Con Fiorenzo Dadò condivido non solo una stima che ritengo reciproca, ma anche la passione per le valli, il mondo agricolo e le nostre tradizioni. L’UDC è da sempre la voce dei contadini: quando si trova di fronte alla supponenza verso chi lavora duramente sugli alpeggi o all’indifferenza di chi dovrebbe sostenerli e trovare soluzioni, interviene con decisione, anche duramente se necessario. Difendere i contadini significa difendere le radici del nostro Paese e tutelare un settore essenziale per il nostro approvvigionamento alimentare».
Però con Zali c’è accanimento?
«Niente affatto. Abbiamo criticato anche gli altri. Raffaele De Rosa, ad esempio, quando ha scelto di scaricare tutte le colpe dell’aumento dei premi malattia su Berna. La realtà è che i costi della sanità ticinese hanno radici locali: troppi ospedali, pronto soccorso sovraccaricati e abusati, inefficienze strutturali, centri medici spuntati come funghi e un numero di medici procapite eccessivo. I dati parlano chiaro, basta avere il coraggio di guardarli. Non servono capri espiatori oltre San Gottardo».
L’arrocco vi ha disturbato perché la Lega non vi ha coinvolto?
«Non mi fermo alla forma. Il problema non è l’arrocco in sé, ma l’assenza di un progetto e soprattutto di motivazioni credibili. I cittadini chiedono chiarezza: cosa si vuole fare per sbloccare i numerosi progetti impantanati, con quali mezzi e in quali tempi».
Uno spiraglio d’ottimismo il suo?
«Diciamo di sano realismo. Resto convinto che la toppa sia peggio del buco, ma voglio giudicare sui fatti. Le parole sono leggere come l’aria, i risultati pesano come il piombo».
Ma cosa insegna la politica federale?
«Che le responsabilità si assumono, non si delegano ad altri. Se ogni volta il capro espiatorio è Berna, come tenta di far passare il nostro Governo sui vari temi come i premi di cassa malati, le finanze cantonali, il lupo, i progetti di mobilità, allora il cittadino ha ragione a chiedersi: “Ma a che cosa serve il Consiglio di Stato?”».
E sulle iniziative per la cassa malati del 28 settembre?
«La proposta socialista è semplicemente insensata: affrontare l’aumento dei premi con una valanga di sussidi finanziati dal solito ceto medio a mezzo dell’aumento delle imposte. La nostra proposta, rilanciata dall’iniziativa popolare della Lega, è chiara: consentire una maggiore deduzione fiscale dei premi di cassa malati, lasciando più soldi nelle tasche dei cittadini. Non è teoria, ma ossigeno immediato per famiglie e lavoratori, in particolare per quel ceto medio, che la politica ha trascurato troppo a lungo».






