Massì, balliamo insieme a Trump sul mondo che brucia

C’è qualcosa di insopportabile nella retorica di Donald Trump. Di profondamente disturbante, per chi ancora conserva un briciolo di dignità. La guerra del tycoon all’Iran è raccontata come un videogioco senza morti reali, come una partita di calcio, con tifo da stadio annesso e migliaia di vittime derubricate a semplici giocatori da sostituire perché inutili sul campo. Che poi è lo stesso disprezzo per la vita umana mostrato mentre Gaza veniva rasa al suolo da Israele, quando Trump inviava armi a tutto spiano, sognando di costruire resort di lusso affacciati sul mare per gustare cocktail insieme al premier Netanyahu. Ma se dietro al massacro dei palestinesi c'era un terribile attacco terroristico, dietro alle bombe USA non c'è alcuna strage subita in casa, da piangere o vendicare.
I più maliziosi vedono gli americani a caccia di risorse (petrolio in primis) con la scusa dell’arma atomica iraniana e la protezione dei civili schiacciati dal sanguinario regime. La chiamano «guerra preventiva». Nome che supera di gran lunga l’«operazione militare speciale» di Putin in quanto a paraculaggine, ma non raggiunge i livelli della mitica «esportazione di democrazia». Pure il marketing sembra aver fatto un passo indietro.
Ieri, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha fornito una nuova versione: Trump ha scatenato la guerra (che costa oltre un miliardo di dollari al giorno ai contribuenti americani) perché ha avuto la «sensazione» che Teheran potesse attaccare. Chissà che la preghiera di gruppo nello Studio Ovale non fosse un rito propiziatorio per i poteri di preveggenza del tycoon. Non siamo esperti di metafisica, ma anche in questo caso il marketing pare meno creativo di un tempo, quando si usavano false prove di false armi chimiche per colpire veri nemici.
Oggi il mondo brucia sotto la furia dei missili, il carburante raggiunge prezzi folli e la Russia torna in auge come possibile partner commerciale di petrolio e gas. Con buona pace di Zelensky. Il capo della Casa Bianca, comunque, appare sereno. Spara bordate sugli avversari politici e gigioneggia dal palco di un comizio in Kentucky, invitando pure il pugile-influencer Jake Paul, quello che per una valanga di soldi si è fatto sfondare la mascella sul ring da Anthony Joshua (pugile campione del mondo, altro che influencer). «Abbiamo vinto la guerra contro l’Iran in un’ora», si è vantato il leader USA poco prima di un attacco con droni iraniani su una base militare italiana a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Praticamente in tutto il Medio Oriente si sollevano le fiamme del conflitto, ormai arrivato alle porte d’Europa. Ma «The Donald» ci ricorda che il nome dell’operazione militare Epic Fury («Furia Epica», manco fosse un film con Chuck Norris) è «bellissimo».
Sicuramente suona bene, come la verità: l’attacco sull’«impero del male» di Teheran per «salvare i civili» (a proposito, sono anni che il regime li massacra mentre il mondo chiude gli occhi) è illegittimo come quello di Mosca sull’Ucraina. Peccato che l’Occidente faccia fatica a dirlo, persino sottovoce. USA e Russia sono due facce della stessa medaglia, quella di un potere espansionistico e guerrafondaio che speravamo sepolto. Il capolavoro retorico sulla questione arriva dalla premier italiana Giorgia Meloni. Ammette che USA e Israele hanno violato le regole del diritto internazionale, ma poi aggiunge: «Non condivido né condanno». Non ricordiamo di aver sentito parole così tenere per l'invasione dell'Ucraina, dove le condanne (giustamente) sono state unanimi e irremovibili.
L’unica voce fuori dal coro, di fronte all’ennesimo immobilismo europeo, è quella del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. Il solo leader del Vecchio continente a rifiutare i diktat di Trump rischiando conseguenze economiche (ma potrebbe cavarsela con orologi pregiati e specialità spagnole, chi lo sa). Sánchez non raccoglie molto seguito tra i colleghi europei, ma oggi sembra un gigante. Un protagonista in mezzo alle tante comparse di quello che, più che un film dell’orrore, è un orrore di film.
