L'intervista

Due ragazzi, dopo Crans-Montana: il racconto del lento ritorno alla vita

Le testimonianze di Filippo Grassi, 15 anni, e Manfredi Marcucci, 16, sulla pelle e nell'anima i resti della notte di Capodanno al bar Le Constellation – Ci spiegano anche perché la Svizzera non deve dimenticare
Filippo Grassi, il crocifisso e le ferite lasciate dal rogo di Crans-Montana. © CdT/Gabriele Putzu
Davide Illarietti
13.06.2026 11:00

Nella sua cameretta di Milano Filippo Grassi, 15 anni, stringe il crocefisso appeso al collo come quando sotto un tavolino del Constellation ha aspettato le fiamme (il flashover) convinto di non uscirne vivo.

«Ho chiesto perdono a Dio».

La cosa assurda è che prima non era mai stato credente, dice suo padre. «Anzi era una testa calda come pochi». Nel viaggio in auto da Milano a Crans-Montana non si erano rivolti una parola («me ne aveva combinata una delle sue») e Filippo era ancora un adolescente scavezzacollo quando è sceso nello scantinato del bar la sera di Capodanno: alla 1 e 24 e 40 secondi. Alle 1.26 e 20 secondi è scoppiato l’incendio. Un minuto e mezzo dopo.

«Poteva non entrare - dice il padre - ma poteva anche non uscire. Da allora non so quante volte ci abbiamo pensato e abbiamo concluso che, in fondo, è stato fortunato».

Il crocifisso al collo di Filippo (© CdT/Gabriele Putzu)
Il crocifisso al collo di Filippo (© CdT/Gabriele Putzu)

Filippo ne è uscito vivo (e perdonato) ma completamente cambiato. La mano che stringe la catenina è coperta di una cicatrice violacea, che risale il braccio ed esplode dietro la schiena. Con indosso la maglietta, gli prude. Quando se la toglie per mostrare la ferita il movimento è lento e faticoso: non riesce ad aprire le braccia oltre un angolo di 90 gradi.

«La gente che segue le notizie forse pensa che tutto passa, si perde nelle polemiche ma la verità è che la sofferenza continua e per noi non è facile andare avanti».

A sei mesi dalla tragedia costata la vita a 41 persone a Crans-Montana i sopravvissuti sono ancora in parte ricoverati negli ospedali e nelle cliniche riabilitative (al Niguarda di Milano sono ancora in tre) mentre chi ne è uscito inizia a raccontare a fatica il trauma e il lento ritorno alla vita.

Mappare la tragedia

Per farsi un’idea più precisa di cosa è accaduto bisogna andare al liceo francese Chateubriand, in un quartiere elegante di ville belle époque non lontano dalla stazione Tiburtina a Roma. In un’aula di fianco alla direzione Manfredi Marcucci estrae dallo zaino un quaderno sgualcito, pieno di appunti scolastici e schizzi personali.

«Ecco io stavo in questo punto qui».

Ha disegnato una mappa dello scantinato del Constellation, stanza per stanza, per spiegare più facilmente ai compagni di scuola cosa ha passato quella notte.La chiarezza è sempre utile. Gli è costato fatica: anche le sue mani sono ustionate, soprattutto la sinistra come nel caso di Filippo, ma la ferita è ancora più grande. Con il dito indica una stanza su cui ha scritto «salottino» in stampatello.

«Tutti i ragazzi italiani erano qui, era il nostro ritrovo abituale».

I pantaloni che indossava Filippo la sera di capodanno, con i segni delle fiamme (© CdT/Gabriele Putzu)
I pantaloni che indossava Filippo la sera di capodanno, con i segni delle fiamme (© CdT/Gabriele Putzu)

I loro nomi sono stati in gran parte pubblicati dai media d’oltre confine, di molti si conoscono le generalità e le condizioni cliniche, a differenza dei coetanei svizzeri - 67 i feriti, 23 i morti - attorno ai quali vige ancora un certo riserbo. Tra loro c’era anche Sofia Prosperi, la 15.enne di Castel San Pietro sorpresa dal rogo nella sala del bar, in un punto che Manfredi ha indicato con una freccia e la parola «fuoco». Non è sopravvissuta.

«Il nostro gruppo era proprio in fondo al locale, nel punto più lontano dall’uscita» dice il 16.enne guardando il disegno, come se gli restituisse un’evidenza. «Io mi ritengo un privilegiato. Tanti ragazzi non ce l’hanno fatta».

Tra questi c’è anche Riccardo Minghetti, amico fraterno di cui Manfredi è andato pochi giorni fa a visitare la tomba, al cimitero romano del Verano. Non è stato facile, ma allo stesso tempo confrontarsi con la tragedia e ricordare le vittime - «quando penso a lui mi dico che devo farcela» - può essere d’aiuto nel percorso che Manfredi, Filippo e altri giovanissimi sopravvissuti devono ora affrontare. Un percorso per niente facile.

Ritorno tra i banchi

Il professor Christophe Chades accende uno schermo di fianco alla scrivania del suo studio. Dalla finestra si vede un’enorme bandiera rossocrociata dipinta su un muro: il liceo Chateaubriand è proprio di fianco alla scuola svizzera di Roma. «I rapporti tra i nostri istituti sono ottimi - tranquillizza Chades -. Collaboriamo da tempo su diversi progetti e naturalmente le cose non sono cambiate. Non ci interessano le polemiche».

Sullo schermo compare il calendario delle lezioni pensato apposta per Manfredi, che come gli altri sopravvissuti di Crans tornati a scuola in Francia (i feriti francesi in totale sono stati 23, le vittime 9) segue «un programma didattico alleggerito», secondo linee guida stabilite dal Ministero dell’istruzione di Parigi valido anche per le scuole francesi all’estero.

La mappa del seminterrato del Constellation, disegnata da Manfredi (© CdT/Davide Illarietti)
La mappa del seminterrato del Constellation, disegnata da Manfredi (© CdT/Davide Illarietti)

«L’obiettivo indicato è di permettere ai ragazzi di proseguire la formazione senza perdere l’anno» spiega il vicedirettore Chades. «I compagni di classe sono fonte di grande sostegno, interrompere i rapporti sarebbe un trauma ulteriore».

Secondo il professore il reinserimento scolastico di Manfredi sta andando molto bene, ha fatto «grandi progressi». Ma il carico fisico e psicologico che devono affrontare i ragazzi più fortunati - quelli che hanno già potuto fare ritorno a scuola - è ben superiore allo studio e al peso dei libri.

Cure infinite

Filippo è stato dimesso a metà febbraio dall’ospedale Niguarda di Milano, quello che ha accolto i feriti in arrivo da Losanna nei giorni successivi alla tragedia. Manfredi, che era ricoverato a pochi metri di distanza, è uscito circa un mese dopo. Entrambi avevano ustioni su oltre il 40 per cento del corpo e da allora hanno intrapreso un calvario di cure medico-psicologiche.

«Uscire dall’ospedale non è facile soprattutto moralmente» racconta Filippo. «Da una parte non vedevo l’ora. Poi però quando sei fuori vedi la gente normale, gli amici che sono rimasti quelli di prima. È bello e allo stesso tempo difficile».

«Diciamo che sto tornando lentamente a fare le cose di prima, almeno ci provo. Alcune cose è impossibile, o comunque ci vorrà molto tempo» spiega Manfredi. Prima giocava a basket e suonava la chitarra, ad esempio, attività che sta cercando di riprendere con enormi sforzi. «Faccio fatica anche solo a stare fermo e seduto in classe».

Il gruppo su Whatsapp

La prova è sotto gli occhi. Durante la conversazione deve interrompersi più volte, anche per lunghi istanti: il prurito è troppo forte. Durante le lezioni a scuola deve chiedere ai vicini di banco di massaggiargli la schiena. Ora ci pensa il padre Umberto, che da dopo l’incidente passa con lui ogni momento libero. Oggi è venuto a prenderlo dopo la scuola per portarlo a fisioterapia in una clinica specializzata. Oltre a questo si sottopone a una terapia al laser (le cicatrici hanno bisogno continuamente di essere sgonfiate ed ammorbidite) e a un percorso psicoterapeutico.

«La vita è diventata un gran via vai, da un appuntamento all’altro. È cambiato tutto» spiega il padre mentre, seduto alle spalle di Manfredi, cerca di dargli tregua. «Come genitore apprezzo di più ogni momento con mio figlio. Chiaro che sono anche arrabbiato, come tutti».

Il telefonino e il portafoglio di Manfredi, risparmiati dalle fiamme (© CdT/Davide Illarietti) 
Il telefonino e il portafoglio di Manfredi, risparmiati dalle fiamme (© CdT/Davide Illarietti) 

È più che comprensibile. Un gran numero di genitori e parenti dei ragazzi presenti a Capodanno al Constellation si sono iscritti a un gruppo su WhatsApp dove, giornalmente, si scambiano messaggi di sostegno e di sfogo. Le notizie sulle vicende giudiziarie dei coniugi Moretti vengono condivise e commentate - l’ultima, settimana scorsa, l’interrogatorio di Jessica Moretti e la nuova accusa per falsità in documenti - e alimentano una crescente indignazione. «Personalmente - taglia corto Umberto Marcucci - meno sento parlare di queste persone meglio è».

Sul tavolo dell’aula vuota ha fatto scivolare un foglio che ormai è diventato famoso. Una delle lettere inviate ai genitori dall’ospedale cantonale di Sion, in cui si rendicontano le cure prestate ai feriti nelle ore successive alla tragedia, e il costo da addebitare al sistema sanitario italiano. Per le cure di Manfredi sono stati fatturati 68 mila franchi, quattro volte di più rispetto ai suoi amici «che pure hanno ricevuto più o meno lo stesso trattamento» sottolinea il padre. «Mi sembra un’assurdità». Al di là delle apparenti incongruenze la comunicazione di per sé ha suscitato polemiche tali, che dopo le prime quattro lettere il Canton Vallese ha cessato l’invio. «Trovo che sia stata veramente una mossa di pessimo gusto» conclude Umberto.

«Un dolore enorme»

A casa di Filippo a Milano la lettera non è arrivata. «Per fortuna» commenta il padre Stefano Grassi, che ammette di avere maturato sentimenti contrastanti nei confronti della Svizzera dopo l’incidente. «Pensavamo fosse il paese dell’efficienza, dove tutto funziona, che certi pasticci là non potessero succedere». Grassi lavora come libero professionista («come buona parte dei genitori coinvolti in questa vicenda») e vive in una bella casa nel quartiere Washington, una zona residenziale vicina al centro di Milano. Non ne fa un problema di soldi. «È una questione di principio, chi sbaglia paga» interviene Filippo che ha seguito tutte le controversie tra Berna e Roma, dal ritiro dell’ambasciatore ai dibattiti in tv, con una grande rabbia.

La decisione del governo e del Consiglio degli Stati di partecipare con un fondo federale al sostegno alle vittime di Crans - e il più lungo percorso di revisione della legge sull’aiuto alle vittime, avviato dalle Camere - è un passo verso la distensione. Piano piano anche in Filippo il risentimento sta cedendo il passo all’accettazione, ma secondo suo padre ci vorrà del tempo.

Settimana scorsa si è recato un’altra volta a Sion, per visionare con l’avvocato i filmati della videosorveglianza e ricostruire assieme agli inquirenti i minuti prima del «flashover», quando le telecamere si sono disattivate.

Gli ultimi minuti

Nei video si vede Filippo entrare con un gruppo di amici, un minuto prima della tragedia, e andare a sedersi nella stanza in fondo a sinistra assieme alla comitiva «degli italiani». Si vede anche Manfredi, e tutto è proprio come nella mappa che ha disegnato sul quaderno. A un certo punto entrano delle ragazze ad avvisarli dell’incendio. «Ho tirato su le mie cose e mi sono messo a correre, il corridoio era pieno di gente» ripercorre Filippo. Mentre il soffitto fonoassorbente si copriva di fiamme, il 15.enne ha raggiunto l’imbocco delle scale («quelle di emergenza erano più vicine ma erano chiuse») e si è trovato di fronte a una barriera umana.

«Le scale erano piene di corpi distesi a terra. Non riuscivo a scavalcare il mucchio, sembravano i sacchi di una trincea. In quel momento ho pensato: è finita, sto per morire. È allora che ho visto il tavolino di fianco a me, mi ci sono infilato sotto e ho iniziato a pregare».

Mentre stringeva il crocifisso la fiammata ha raggiunto questo adolescente assieme alla risposta di Dio, forse, o del destino: si è alzato e si è buttato sul mucchio dei corpi.

© CdT/Gabriele Putzu
© CdT/Gabriele Putzu

«Ho gridato aiuto. Una mano mi ha afferrato per il braccio e mi ha tirato fuori all’aria aperta. E lì è iniziata la mia nuova vita».

Non è facile neanche questa. Oggi Filippo dice di avere messo la testa a posto, ha ripreso a uscire con gli amici ma non fa più le ore piccole. Mentre si prepara per un appuntamento serale al parchetto vicino casa - «posso andare papà?» - i limiti della sua condizione temporanea sono ancora evidenti, per quanto abbia deciso di non esserne prigioniero.

«Vai pure - risponde il padre - ma tra un’ora devi essere a casa».

Mentre toglie la maglietta per indossarne un’altra - operazione molto faticosa - si vede per un momento sulla schiena il segno lasciato dal fuoco: è tutta una cicatrice. Nei suoi confronti il 15.enne prova un misto di vergogna e orgoglio. Ha strappato ai genitori la promessa che, quando i medici glielo consentiranno, la coprirà interamente con diversi tatuaggi. Non ha ancora deciso quali, ma di sicuro saranno bellissimi.

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