A rischio il bonus di confine per gli infermieri italiani: «Mancano i soldi»

Il problema degli infermieri «in fuga» dall’Italia per venire a lavorare in Svizzera è tornato sotto i riflettori. A far discutere la politica italiana in questi giorni è la questione del bonus «di confine» che si vorrebbe aggiungere nelle buste paga di medici e infermieri che operano nei territori lombardi, per arginare l'andamento oltreconfine dove gli stipendi sono più alti e allettanti e dove «un infermiere può guadagnare senza difficoltà fino a tre volte di più rispetto all'Italia». Ma lo scoglio, stando a quanto riferito dalla Provincia di Como, sarebbero proprio i fondi a disposizione. Un nodo complicato da sciogliere dal momento che si parla di cifre particolarmente elevate, nell'ordine di svariati milioni di euro, e che questi fondi dovrebbero essere finanziati in parte dai contributi versati dai «vecchi frontalieri». La cosiddetta «tassa della salute», di recente discussa dal Consiglio di Stato ticinese con la decisione del blocco parziale dei ristorni dal suo ricavato.
Un aumento del 20%
Ma facciamo un passo indietro per capire meglio la questione. Del problema si dibatte da tempo, come ricorda il quotidiano lombardo, da quasi tre anni. E «senza queste indennità di confine, le fuoriuscite verso la Svizzera continuano». A pagare il prezzo sono gli ospedali sulla fascia di confine che riscontrano difficoltà anche nell'assunzione del personale: «Bandi e concorsi non raggiungono gli obiettivi prefissati». Così, dopo un lungo e travagliato iter, nel mese di aprile l’assessorato regionale agli Enti locali ha confermato che da settembre si sarebbe dato finalmente il via libera al bonus. «I medici e gli infermieri che operano nei territori lombardi al confine con la Svizzera otterranno un aumento di stipendio del 20% quantificabile, rispettivamente, in circa 10.000 euro e 5.400 euro all'anno», le parole dell'assessore regionale agli Enti Locali della Lombardia, Massimo Sertori. «Si tratta di un incentivo finalizzato a trattenere in Lombardia gli operatori della sanità, evitando che si trasferiscano in Svizzera: dunque parliamo di una misura che ha l'obiettivo di garantire e rafforzare i servizi socio-sanitari nelle zone di frontiera, dove è forte l'attrattiva degli stipendi elvetici», aveva aggiunto Sertori. «L'aumento sarà finanziato con un contributo dei ''vecchi'' frontalieri, i quali concorreranno con il 3% della paga netta. In sostanza, a fronte di uno stipendio netto mensile di 4.000 euro, il contributo sarà di 120 euro: risorse che aiuteranno a garantire per sé e per la propria famiglia l'assistenza sanitaria sul territorio».
Situazione di stallo
Ed è qui che arrivano i problemi. Sempre secondo La Provincia di Como a conti fatti sarebbero 1.350 gli infermieri in servizio nell'ASST Lariana (a cui andranno i 5.400 euro di indennità annuale) e circa 700 i medici negli ospedali (che riceveranno 10.000 euro). Per un totale che si aggira quindi sui 7,3 milioni all'anno. E questo soltanto considerando il comparto comasco, «tra Sondrio e Varese questo bonus riguarda 7 mila sanitari». Non manca poi la questione di una possibile disparità salariale generata dall'indennità rispetto alla busta paga dei dipendenti sanitari pubblici nelle altre province, o addirittura rispetto a quella «dei medici del settore privato accreditato». Al momento, si legge, la situazione è in una fase di stallo con un confronto «a livello nazionale, ministeriale, tra Regioni e con la Federazione svizzera e il Cantone». La preoccupazione però rimane palpabile, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Come spiega al quotidiano lombardo Monica Trombetta, segretaria provinciale e regionale di Nursing Up (il sindacato infermieristico italiano): «Nell’ultimo incontro di giugno la Regione ci ha detto che per ora non ci sono i fondi e che senza finanziamenti a settembre l’indennità non arriva».









