L'arma nucleare, il cambio di regime e ora il petrolio: ma Trump cosa vuole ottenere dall'Iran?

Ma quindi qual è il vero obiettivo di Donald Trump in Iran? Dopo ormai un mese di guerra in Medio Oriente non sono ancora del tutto chiare le mire del presidente USA. Certo, c'è il chiodo fisso che Teheran possa sviluppare un'arma atomica, ma non solo. Durante le proteste del popolo iraniano, culminate lo scorso gennaio in un bagno di sangue ad opera del regime di Teheran, Trump prometteva aiuti, affermando che i civili soggiogati dagli ayatollah sarebbero stati liberati. Non è stato così. Washington, alla fine di febbraio, ha attaccato insieme ad Israele, lasciando intendere un nuovo obiettivo: annientare il regime e cambiarne i vertici. Scopo dichiarato dal premier Benjamin Netanyahu sin dall’inizio dei bombardamenti, ma evidentemente non così pressante per gli USA. Negli ultimi giorni, infatti, l’amministrazione Trump sembra aver rinunciato all'idea di mettere al potere un leader più docile, come fatto in Venezuela in seguito alla cattura Nicolás Maduro.
La crisi energetica va risolta
Ora, con il prezzo del petrolio schizzato alle stelle, a Trump dovrebbe interessare prima di tutto la crisi energetica globale innescata dal conflitto. Questo perché in vista delle elezioni di metà mandato, il tycoon, la cui popolarità è in caduta libera, dovrà provare a ricostruire la fiducia dei cittadini tartassati dal carovita. A questo punto pure l’invio di soldati americani per condurre una operazione via terra – ipotesi scartata categoricamente nelle prime fasi del conflitto – non sembra più una remota possibilità, perché il blocco dello Stretto di Hormuz pesa sempre di più. Migliaia di marines hanno già raggiunto il Medio Oriente, mentre almeno 13 soldati statunitensi sono rimasti uccisi e oltre 300 feriti. Trump, non solo dovrà spiegare agli elettori perché un pieno di benzina costa loro così tanto, ma pure come mai dei soldati statunitensi sono andati a morire in Medio Oriente in quella che doveva essere una guerra lampo. Oggi, con l’entrata nel conflitto dei ribelli Houthi al fianco di Teheran, la navigazione sul mar Rosso è minacciata. Invece, dallo Stretto di Hormuz transitano poche e selezionate navi dei Paesi non osteggiati dall’Iran.
Il petrolio e l'isola di Kharg
Nelle scorse ore Trump ha finalmente parlato apertamente della risorsa mediorientale che più di tutte fa gola agli Stati Uniti, da sempre: il petrolio. In un'intervista rilasciata ieri al Financial Times, il capo della Casa Bianca ha espresso il desiderio di impadronirsi dell’oro nero iraniano, affermando che la sua «preferenza sarebbe quella di prendere il petrolio». E per riuscire nell’impresa sta valutando la possibilità di occupare il principale snodo iraniano per l'esportazione di carburante: l'isola di Kharg, già bombardata a più riprese negli scorsi giorni. «A essere onesto, la mia cosa preferita è prendere il petrolio in Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti dicono: "Perché lo stai facendo?". Ma sono persone stupide», ha detto il tycoon, aggiungendo: «Forse prendiamo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni». Andrebbe proprio in questa direzione, dunque, l’invio in Medio Oriente dei soldati dell'82esima Divisione Aviotrasportata dell'Esercito. L'isola di Kharg è uno snodo strategico per l'economia di Teheran, in quanto gestisce la maggior parte delle esportazioni petrolifere. Gli Stati Uniti hanno già preso di mira installazioni militari nell'area, affermando di aver colpito 90 obiettivi, tra cui «depositi di mine navali, bunker per lo stoccaggio di missili e numerosi altri siti militari».
C'è pure l'uranio
Ma il petrolio non sarebbe il solo pensiero del presidente USA. Secondo alcuni funzionari americani citati in condizione di anonimato dal Wall Street Journal, Trump starebbe pure valutando una operazione militare per estrarre quasi 450 chilogrammi di uranio dall'Iran, una «missione complessa e rischiosa che probabilmente comporterebbe la presenza di forze americane nel Paese per giorni o anche più a lungo». Stando alle fonti, il presidente è aperto a tale idea poiché potrebbe contribuire a raggiungere l'unico obiettivo che non sembra mai essere cambiato: impedire al regime degli ayatollah di dotarsi di un'arma atomica. Il tycoon avrebbe già incoraggiato i suoi consiglieri a fare pressione su Teheran affinché venga consegnato il materiale nucleare come condizione per porre fine alla guerra.
Una missione ad alto rischio
Ieri sera, Trump ha ribadito ai giornalisti che l'Iran deve fare ciò che gli Stati Uniti chiedono, altrimenti «non avranno più un Paese». Riferendosi all'uranio iraniano, Trump ha affermato: «Ci daranno la polvere nucleare». Prima che Israele e gli Stati Uniti conducessero una serie di attacchi aerei contro l'Iran nel giugno dello scorso anno, l'intelligence riteneva che il Paese possedesse oltre 400 chili di uranio arricchito al 60% e quasi 200 chili di materiale fissile al 20%, facilmente convertibile in uranio arricchito al 90%, adatto quindi alla produzione di una bomba atomica. Secondo il direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, l'uranio dovrebbe trovarsi principalmente in due dei tre siti attaccati da Stati Uniti e Israele a giugno del 2025: un tunnel sotterraneo presso il complesso nucleare di Isfahan e un deposito a Natanz. Qualsiasi tentativo di impadronirsi dell'uranio con la forza sarebbe una missione ad alto rischio. L'eventuale operazione, scrive ancora il WSJ, probabilmente provocherebbe ritorsioni da parte dell'Iran, esporrebbe i soldati americani agli attacchi delle guardie rivoluzionarie e potrebbe prolungare la guerra a tempo definito, certamente ben oltre le 4-6 settimane previste recentemente dal team di Trump. Sarebbe la più complessa mai ordinata dal tycoon, ma non una prima assoluta. Nel 1994, gli Stati Uniti rimossero 600 chili di uranio arricchito del Kazakistan in un'operazione segreta denominata «Project Sapphire». Nel 1998, invece, USA e Regno Unito presero parte a una missione per rimuovere uranio altamente arricchito da un reattore vicino a Tbilisi, in Georgia. Si parla comunque di scenari radicalmente diversi rispetto alla pioggia di missili e droni che sta incendiando tutto il Medio Oriente.
