Dazi, «la Svizzera punta a un accordo commerciale entro la fine di luglio»

«Proseguono i negoziati bilaterali per un accordo commerciale. Nei colloqui corrispondenti sono stati compiuti buoni progressi, in linea con l’obiettivo del primo trimestre fissato nella dichiarazione d’intenti Svizzera-USA dello scorso 14 novembre 2025». Così si è espresso, lo scorso 1. aprile, il Consiglio federale. Ora, Bloomberg scrive che «la Svizzera punta a concludere un accordo commerciale con gli Stati Uniti entro la fine di luglio», mentre «insiste per ottenere garanzie che non dovrà affrontare dazi più elevati rispetto ai paesi concorrenti».
Berna sarebbe «disposta a firmare un patto bilaterale che preveda una tariffa fissa in cambio di una clausola secondo la quale nessun partner commerciale concorrente — in particolare l’Unione Europea e il Regno Unito — otterrà un’aliquota inferiore», hanno riferito a Bloomberg fonti vicine alla questione, che hanno chiesto di rimanere anonime.
Le stesse fonti hanno riferito che i responsabili svizzeri dei negoziati prevedono di proseguire i colloqui – avviati a febbraio – a Washington questo mese, sebbene la parte statunitense non abbia ancora confermato tali piani. Si tratterebbe del terzo ciclo di colloqui volti a trasformare un accordo quadro preliminare in un documento che garantisca certezza giuridica agli esportatori, compresa l'industria farmaceutica svizzera.
«Da parte svizzera, si spera che l’accordo possa essere concluso anche prima. Berna percepisce la volontà degli Stati Uniti di concludere un trattato», ha affermato una persona informata sui negoziati. Gli Stati Uniti non vedono l’ora di concludere un accordo che rimuova ulteriori barriere ai prodotti statunitensi, secondo un funzionario americano.
«I negoziati proseguono»
La Casa Bianca non ha risposto alle richieste di commento di Bloomberg. Anche il Consiglio federale ha rifiutato di commentare, limitandosi a dire che «i negoziati procedono come previsto» e che i rappresentanti dei due Paesi si sono incontrati a Washington all’inizio di marzo.
La Sezione 301 del Trade Act
Il 12 marzo il rappresentante commerciale USA, Jamieson Greer, ha annunciato l’avvio di un’indagine commerciale contro 16 Paesi partner – tra cui la Svizzera – con lo scopo di esaminare «se le politiche e le pratiche di questi Paesi siano irragionevoli o discriminatorie e se gravino o limitino il commercio statunitense». L'indagine dovrà esaminare quelle che l’amministrazione Trump ha definito «capacità in eccesso» di alcuni Paesi stranieri. Capacità che hanno portato a grandi deficit commerciali negli Stati Uniti. Ancora una volta, all’origine dell’offensiva americana c’è quindi il tentativo di correggere la bilancia commerciale.
Si tratta, nel dettaglio, di due indagini nei confronti della Svizzera ai sensi della cosiddetta Sezione 301 del Trade Act. Mentre la prima si concentra su una presunta sovraccapacità nella produzione industriale e sulle sue cause, la seconda riguarda l’omissione o l’attuazione ritenuta insufficiente di misure per impedire l’importazione di merci prodotte con il lavoro forzato. Il Consiglio federale, che respinge le accuse, ha deciso di adottare le necessarie contromisure per esporre il punto di vista della Svizzera nel quadro della relativa procedura statunitense.
L'Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti, comunque, sostiene che non vi sia alcun nesso tra le indagini e i negoziati, hanno riferito le fonti a Bloomberg.
Il settore farmaceutico
Al momento, gli esportatori svizzeri di farmaci, ad eccezione di Roche Holding AG e Novartis AG, sono soggetti a dazi del 15%, poiché i nuovi dazi del 100% sull'importazione di medicinali imposti dall'amministrazione Trump sono limitati in base all'accordo preliminare concluso a novembre. I due maggiori produttori del Paese hanno concluso accordi con la Casa Bianca che li proteggono dai dazi per tre anni. Il settore sta spingendo per ottenere un'esenzione dai dazi o almeno un tetto massimo in linea con quello dei paesi e dei blocchi concorrenti, allineando di fatto il trattamento della Svizzera a quello dei suoi pari.
Interpharma, l’associazione delle aziende farmaceutiche svizzere, ha esortato il Consiglio federale a impegnarsi per ottenere «almeno una soluzione equivalente a quella concessa al Regno Unito», ossia un’aliquota del 10%: «I dazi imposti dagli Stati Uniti mettono a rischio le catene globali di produzione, ostacolano la ricerca e danneggiano i pazienti in tutto il mondo. La decisione potrebbe inoltre avere ripercussioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento». I dazi imposti dagli Stati Uniti mettono a rischio le catene globali di produzione e di approvvigionamento dei farmaci, ostacolano la ricerca e lo sviluppo e danneggiano i pazienti in tutto il mondo. La decisione potrebbe avere ripercussioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento.
Il timore, conclude Bloomberg, è che gli Stati Uniti possano presto avviare un'altra indagine mirata specificamente ai prezzi dei farmaci.
