L'editoriale

Ma i dazi non sono un fatto personale

La linea tenuta dalla Svizzera sui dazi di Donald Trump sta facendo discutere anche la stampa internazionale
Paride Pelli
27.08.2025 06:00

La linea tenuta dalla Svizzera sui dazi di Donald Trump sta facendo discutere anche la stampa internazionale. In particolare è finita sotto i riflettori la telefonata del 31 luglio fra la nostra presidente Karin Keller-Sutter e il tycoon: trentaquattro minuti di colloquio di cui poco sappiamo ma che hanno dato luogo a ricostruzioni e retroscena di ogni tipo che, per adesso, risultano sospetti se non persino politicamente «interessati». L’unica cosa certa per la Svizzera è che i dazi americani al 39% sono entrati in vigore lo scorso 7 agosto, nonostante gli sforzi non solo della presidente, ma anche del capo dell’Economia Guy Parmelin e, di fatto, del Governo elvetico. Gli «sherpa» di Berna, i funzionari incaricati del dossier, hanno lavorato mesi inutilmente. Ora ci sarebbe sul tavolo una contro-proposta svizzera per alleggerire la botta, da finalizzare a settembre e da presentare a Washington in ottobre. Berna vuole offrire agli USA ulteriori contratti su energia e difesa, più altri cedimenti in alcuni settori dell’import, per un totale di 400 miliardi di franchi. Se si concretizzasse questa ipotesi, potremmo dire di aver preso in pieno non un terrificante uppercut ma un «semplice» per quanto molto doloroso jab al volto, di quelli che comunque ti avvicinano, e di quanto vedremo, al tappeto.

Ma torniamo alla discussione su come si è arrivati fin qui. Le ricostruzioni, da parte americana ma avallate anche da alcuni media svizzeri, tendono a dare buona parte della responsabilità a Keller-Sutter, che non avrebbe saputo prevedere né gestire i notori comportamenti sopra le righe di Trump.

In sintesi, l’attuale presidente avrebbe provocato la rottura definitiva dei negoziati tenendo, durante la telefonata sotto accusa, un atteggiamento troppo tecnico e cercando di far ragionare «The Donald» su concetti ed econometrie per lui, probabilmente, troppo teoriche o troppo inutili. Il tycoon si sarebbe limitato a ribadire più volte che gli Stati Uniti «perdono 40 miliardi all’anno con la ricca Svizzera» e che questo «è inaccettabile». Cioè, in sostanza, la collaudata storia, propagata ad ogni latitudine fin dall’inizio della campagna dei dazi, che gli USA vengono sistematicamente derubati dal resto del mondo. Ci sarebbero poi state, in quella mezz’ora, pure altre escandescenze del tycoon, ancora più volgari. Subito dopo la telefonata, portando astutamente la questione dazi sul personale, Trump avrebbe detto di non voler più trattare con Keller-Sutter: «Ho chiuso con lei» il suo commento lapidario. Dal lato svizzero, sta passando invece su alcune testate la ricostruzione che Keller-Sutter abbia non solo avuto coraggio, ma abbia usato un solido «vecchio stile» negoziatorio nel colloquio, fatto di doverosa educazione, rispettoso dialogo sui principi, dossier lungamente studiati nei dettagli e di una responsabilità per i commerci globali che si sperava venisse condivisa dall’inquilino della Casa Bianca. Uno stile denunciato tuttavia da alcuni commentatori come anacronistico se utilizzato con uno «squalo» come Trump.

Siamo dell’idea che questi show e soprattutto questo gran discutere sul comportamento più o meno becero di Trump e su quello troppo «educato» e colto dei suoi interlocutori faccia comodo a entrambe le parti, che hanno buon gioco ad accusarsi a vicenda per le rispettive condotte ma mai per confrontarsi nel merito dei contenuti (ed eventualmente dei propri fallimenti nel difendere le posizioni).

Che Trump stia adottando la strategia del cosiddetto «cane pazzo» – quello che nessuno osa avvicinare per strada poiché si vede da lontano che vuole mordere o che quantomeno ringhia – ormai lo sappiamo, ça va sans dire. Lo abbiamo rilevato per l’ennesima volta dall’accondiscendenza fin esasperata dei leader europei nell’ultimo incontro nello Studio Ovale conclusosi tra l’altro con un deludente nulla di fatto. Noi svizzeri, finora, abbiamo ricevuto «solo» dazi al 39% e di questo dovremmo discutere con sano realismo, non di eventuali momenti di malinteso o di maleducazione durante trattative vitali per la nostra economia.

La drammatica vicenda dei dazi non può essere ridotta a uno scontro di personalità o di metodi diplomatici. Il ruolo di un politico di altissimo livello, come è quello di Keller-Sutter, è di assicurare il benessere della sua popolazione e possibilmente di migliorarlo. Cioè di portare a casa dei risultati concreti. Cerchiamo di concentrarci su questo, nella prossima tornata di negoziati, poiché Trump sembra intenzionato a non mollare.

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