Il caso

Bellinzona è un circo (in senso buono)

La Città svela (in parte) le carte con la speranza di ottenere il riconoscimento di Capitale culturale svizzera nel 2030 - Si punterà anche sugli spettacoli legati alla giocoleria e ai clown nonché su un musical - Collaborazione in vista con l’Alpentöne (e non solo)
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Alan Del Don
30.04.2026 06:00

Una Città che «produce e pensa cultura» affinché si crei un’identità chiara e ben definita. Perché - indipendentemente dal fatto che Bellinzona venga scelta o meno quale «Capitale culturale svizzera» per il 2030 - occorre essere propositivi. Il Municipio fornisce qualche indicazione della sua strategia nel messaggio, appena trasmesso al Legislativo, riguardante il mandato di prestazione fino al 2029 tra il Comune e l’ente autonomo Teatro con la relativa richiesta di un contributo annuale pari a 651 mila franchi (in leggero aumento rispetto al precedente). Nel caso in cui la Turrita potesse fregiarsi del prestigioso riconoscimento si porrà un’attenzione ancora più marcata su una programmazione prettamente elvetica aprendosi comunque alla scena internazionale; dando l’opportunità agli artisti di strada di esibirsi, così da poter proporre una specie di «circo contemporaneo»; e si intende produrre due opere originali strettamente connesse con il territorio, fra le quali un musical.

Si va verso il bando di concorso

«La ‘Capitale culturale svizzera’ sarà un’occasione per promuovere ulteriormente l’insieme di soggetti e relazioni presenti a Bellinzona nel campo delle arti sceniche e per rafforzare le relazioni all’interno di esso e verso l’esterno. Strumenti privilegiati di lavoro saranno il ‘Territori festival’ e le coproduzioni fra teatro Sociale e soggetti indipendenti, indirizzate prioritariamente al trattamento del tema della frontiera. Per la scelta dei progetti da attuare è ipotizzabile un bando», puntualizza l’Esecutivo. Al momento, va precisato, si sta parlando di idee. Un progetto più dettagliato verrà casomai approntato quando, e soprattutto se, la Turrita venisse scelta fra un mese o poco più dalla giuria. Il primo punto è quello della programmazione. Nel 2030 «si concentrerà in particolare sulle tematiche e sulle espressioni culturali relative all’arco alpino, inteso come territorio di frontiera, e quindi come area feconda di incontri e di relazioni (da valutare in questo ambito la fattibilità di una collaborazione con i ‘Tellspiele’ di Altdorf)». In ambito musicale, per contro, si mira a «costruire un rapporto privilegiato con il festival ‘Alpentöne’, un’eccellenza internazionale nell’ambito della nuova musica popolare, con l’obiettivo di instaurare una collaborazione solida da sviluppare anche negli anni successivi».

C’è poi il «Territori festival», un’iniziativa di successo diventata negli anni un vero e proprio fiore all’occhiello. Si pensa di dar vita ad un momento di incontro tra la scena artistica nazionale e quella del Mediterraneo. Il motto sarà «Freie Sicht aufs Mittelmeer», che negli anni Ottanta preconizzava «l’abolizione delle Alpi intese come barriera che preclude lo sguardo sull’altro». AlpTransit, ovviamente, ha reso tutto più facile, in questo senso. E poi, certo, ci sono le «Giornate del teatro svizzero» che, nel 2030, dovrebbero svolgersi nella Svizzera italiana andando ad affrontare - anche in questo caso - il tema della frontiera.

La «Kleinkunstszene»

Ma l’idea più singolare è sicuramente quella di un progetto ad hoc, sviluppato appositamente per l’estate 2030. L’obiettivo è valorizzare il Sociale quale unico teatro all’italiana in Svizzera. Come? Con «spettacoli potenzialmente rivolti a un grande pubblico dei generi della clownerie, della giocoleria e del circo contemporaneo, che in parte sono espressione della cosiddetta ‘Kleinkunstszene’ svizzera», puntualizza il Municipio cittadino. Gli spettacoli, si precisa, saranno rappresentati nella platea del teatro, con il pubblico seduto attorno (nei palchetti e sul palco), come in un’arena o in un circo: «Questa programmazione si estenderà anche nello spazio urbano con spettacoli di teatro di strada. E potrà essere concentrata in un festival specifico o estesa su più settimane durante l’estate a dipendenza delle esigenze del programma generale». Infine il Sociale ha in mente di sfornare due produzioni originali «locali» (di cui una più popolare, quindi che strizzerà l’occhio pure a chi a teatro non ci va quasi mai: si fa largo l’ipotesi di un musical, da mettere in scena più volte), acquisendo nel team «nuove competenze professionali specifiche così da permettere all’ente autonomo di fare un salto di qualità in questo campo anche per gli anni successivi».

L’ex oratorio, finalmente

L’Esecutivo si china, in conclusione, sull’ex oratorio di Giubiasco che verrà trasformato in un polo culturale intergenerazionale. L’opera, ricordiamo, si è sbloccata un anno fa dopo che il Tribunale cantonale amministrativo ha respinto il ricorso di un cittadino. Ebbene, la struttura è destinata a diventare entro il 2029 complementare al Sociale: nella programmazione degli spettacoli, nell’ampliare l’offerta per catturare un pubblico più giovane, nel mettere a disposizione del «Territori festival» una sala ben attrezzata e nell’avere a disposizione degli spazi per, ad esempio, dei corsi di teatro. E, anche, per «ospitare compagnie in residenza nella fase di creazione degli spettacoli, con positive ricadute sia per il teatro Sociale che per la Città, rispettivamente allestire gli spettacoli prodotti da Bellinzona Teatro prima del debutto». Un atout in più, insomma, per il «gioiello» della capitale che si posiziona viepiù come «polo alternativo al LAC di Lugano, necessario e non subalterno ad esso».

Un gioiello, ma piccolo

Il Sociale, si sa, è un vanto per Bellinzona. Ma ha anche i suoi limiti. Quello principale è indubbiamente il fatto che la sala (330 posti) ha una capienza ridotta rispetto a quelle che si trovano negli altri poli: Lugano (1.000), Chiasso (523) e Locarno (482). Ciò limita la possibilità di «ingaggiare spettacoli di qualità con nomi di grido (a cui si aggiunge un livello di comfort che per una parte del pubblico non è più all’altezza degli standard odierni)». In parte si ovvierà a ciò grazie alla riqualifica dell’ex oratorio di Giubiasco che consentirà di differenziare la programmazione e di aprirsi alla scena indipendente.

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