«La crisi climatica è sotto i nostri occhi e va affrontata con approcci diversi»

Il cambiamento climatico è una realtà ormai sotto gli occhi di tutti. Basti solo pensare all’estate appena trascorsa e alle temperature record toccate in Europa, ma anche in Svizzera e nelle nostre realtà ticinesi. E alle difficoltà sempre più crescenti che stanno incontrando biodiversità, sanità, agricoltura e commercio. Un tema ampio e articolato che trova ramificazioni in diversi aspetti: ambientali, sociali, economici, politici e pure giuridici. Parlare di cambiamento climatico significa parlare del nostro rapporto di esseri umani con l’ambiente e con la natura, un sistema del quale siamo parte integrante e il cui equilibrio sta diventando sempre più delicato, ma anche sempre più importante, da conservare e migliorare. Proprio su questo fronte sono attivi l’Associazione e il Festival L’Uomo e il Clima, presieduti da Gianluca Bonetti, che da tempo promuovono la consapevolezza sul rapporto tra l’umanità e i cambiamenti climatici. Temi che vengono trattati in modo eclettico, variegato e stimolante grazie a eventi che si articolano su più fronti, tra scienza, spettacolo, arte e divulgazione. La nuova edizione del Festival biennale L’Uomo e il Clima si intitola «Il tempo dell’acqua», è dedicata all’importanza dell’oro blu, e si terrà da ottobre 2027 a maggio 2028. Ma già nei prossimi giorni si potranno godere delle anticipazioni di questo evento grazie a due appuntamenti organizzati sempre dall’Associazione l’Uomo e il Clima in collaborazione con SUPSI e BergamoScienza.
Due racconti in dialogo tra loro
Si parte, infatti, martedì 6 ottobre al Campus SUPSI di Mendrisio: alle 18.30 Stefano Liberti, giornalista, scrittore e documentarista italiano, porterà in scena lo spettacolo (un monologo in musica) tratto dal suo ultimo libro «Tropico Mediterraneo» realizzato in collaborazione con SUPSI. Giovedì 8 ottobre, invece, la ticinese Norma Bargetzi-Horisberger, esponente del movimento Anziane per il Clima, sarà ospite a BergamoScienza per l’incontro intitolato «La giustizia climatica non ha età», moderato da Clara Caverzasio co-organizzatrice de L'Uomo e il Clima. Due eventi molto differenti ma che sono in dialogo tra loro, come spiega Clara Caverzasio. «Da una parte troviamo uno spettacolo con il racconto del viaggio nel Mediterraneo, che è anche anteprima della seconda edizione del nostro Festival, il quale sarà proprio dedicato all’acqua e alla crescente instabilità causata dal cambiamento climatico. Mentre, dall’altra parte, abbiamo l’incontro con l’esponente di Anziane per il Clima che offre un punto di vista diverso: quello della lotta giuridica e legale portata avanti in questo ambito». Appuntamenti – tra racconto e testimonianze, diritto e attivismo – che rappresentano e riflettono bene il senso dell’Associazione L'Uomo e il Clima: «Offrire una visione comprensibile, fruibile e accessibile del cambiamento climatico ma senza dimenticare il rigore scientifico e il ruolo della scienza che descrive, misura e spiega; mentre l’arte, dal canto suo, ci fa sentire e creare connessioni. Il tutto è realizzato grazie a una rete molto ampia di collaborazioni con enti pubblici e privati». L’obiettivo è semplice: «Rendere percepibile il cambiamento climatico, traducendolo in consapevolezza e forse, si spera, anche in agire».
Verso un terreno inesplorato
Visto che il tema del cambiamento climatico tocca aspetti e problemi sociali, ambientali, sanitari e politici, è importante comunicare attraverso differenti linguaggi: «Cerchiamo di entrare nell’immaginario delle persone, anche perché il cambiamento climatico è il grande assente della letteratura». Ecco quindi un fiorire di mostre, eventi, rassegne cinematografiche, conferenze, spettacoli, laboratori, forum, concerti, incontri: il programma proposto da L’Uomo e il Clima è ricchissimo, molto variegato e mira a raggiungere il pubblico in maniera trasversale. Spesso quando si parla di cambiamento climatico, aggiunge Caverzasio, manca la contestualizzazione. Fondamentale per comprendere alcune dinamiche. «Sento dire spesso che il clima è sempre cambiato. Sì, ma andiamo a vedere in che modo è cambiato nel corso degli anni. Prima i cambiamenti erano sull’arco di milioni di anni, ora noi li stiamo vedendo nello spazio di 100 anni. Stiamo entrando in quello che è a tutti gli effetti un terreno inesplorato, una realtà imprevedibile. La natura non è un supermercato a nostra disposizione, e lo vediamo: se creiamo un grande disequilibrio all’interno dei sistemi ambientali, saremo noi a pagarne il prezzo, anche perché la natura continuerà ad andare avanti per la sua strada».

Scetticismo e opportunità
Uno degli obiettivi dell'Associazione L'Uomo e il Clima è anche quello di attirare un pubblico che ancora non conosce l'argomento, come spiega Caverzasio. «La sfida centrale di questi eventi è non parlare solo a chi ha già un interesse in tal senso, ma attirare chi non è ancora particolarmente sensibilizzato al tema». Anche perché tra la popolazione permane comunque un certo scetticismo riguardo alla dimensione del cambiamento climatico. «Ma questo è dovuto alla maniera in cui funziona il cervello umano. Si sono indagati, infatti, i motivi per cui le persone sono così passive di fronte a una crisi che nessuno può negare e che ci stiamo trovando a vivere in prima persona. Questa estate è stata un delirio per tutti e stiamo ancora facendo i conti con gli effetti di una siccità che non è passata». Ma, appunto, qui entrano in gioco alcuni meccanismi tipici del cervello umano. «La nostra mente è costruita per affrontare pericoli immediati, mentre la crisi climatica è un problema a lunga portata temporale», evidenzia Caverzasio. «Quindi non percepiamo subito una minaccia impellente, ma così rischiamo di fare la fine della rana che non si rende conto della temperatura che aumenta gradualmente finché non è troppo tardi». Inoltre la mente umana ha diversi bias, «come quello della conferma, dove le persone convinte di una tesi cercano solo informazioni che la supportano. Noi vogliamo far superare questi bias e scardinare gli scogli cognitivi». Oltre alla necessità del cambiamento, poi, c'è anche l'opportunità. «Abbiamo tutti noi la possibilità di fare la differenza: il fatto che l'uomo sia la causa del cambiamento climatico significa anche che può essere la soluzione. Siamo il diluvio e anche l'arca: abbiamo la possibilità di rimediare. È una grandissima opportunità e possiamo coglierla ripensando tutto il nostro mondo».

Una lotta che non si ferma
In vista degli appuntamenti di ottobre organizzati da L'Uomo e il Clima, abbiamo raggiunto i due protagonisti degli eventi in agenda. Insieme a Norma Bargetzi-Horisberger, esponente del movimento Anziane per il Clima, abbiamo fatto il punto ripercorrendo i due anni e mezzo ormai trascorsi dalla storica sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) del 9 aprile 2024 che ha condannato la Svizzera per violazione dei diritti umani in ambito ambientale. È stata la prima volta che la CEDU è occupata della responsabilità degli Stati nella protezione climatica. Per la Corte la Svizzera ha violato segnatamente l'articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, ovvero il diritto al rispetto della vita privata e familiare, in quanto non ha preso sufficienti misure per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Una sentenza emessa a seguito di un ricorso presentato dalle attiviste che denunciavano «l'incapacità delle autorità svizzere di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici» con un impatto negativo sulle condizioni di vita e di salute. Una sentenza alla quale, però, la Confederazione ha deciso di non dare seguito. «Il fatto che la Svizzera abbia deciso di non implementare la sentenza è stato deludente e umiliante», ci dice con amarezza Bargetzi-Horisberger. «Decidere di non dare seguito a una decisione che contraria allo Stato è un fatto molto grave a livello di democrazia e di diritto». Una delusione che, tuttavia, ha dato una nuova spinta alle azioni promosse da Anziane per il Clima in Svizzera. «Abbiamo iniziato con una raccolta firme e, nel giro di pochissime settimane, abbiamo raccolto oltre 20 mila sottoscrizioni, una testimonianza dello scontento della popolazione». Ma non solo. Il movimento, nei mesi trascorsi dopo la decisione, ha continuato a far sentire la propria presenza sul territorio, facendo informazione sulle tematiche ambientali, ma anche continuando il lavoro con il proprio team legale per ottenere il rispetto della sentenza. «Ora attendiamo dicembre quando il Comitato dei Ministri esteri della CEDU, che ha una funzione di supervisione, si esprimerà nuovamente sulla non implementazione della sentenza da parte della Svizzera».
Azioni congiunte in Europa
L'azione di sensibilizzazione per il clima, però, non si limita alla sola Svizzera, come spiega Bargetzi-Horisberger. «Ci stiamo anche muovendo in diversi Paesi europei per farci conoscere. Ad esempio siamo state in Norvegia due settimane fa, dove abbiamo avuto diversi incontri con dei gruppi e con delle ONG che hanno delle cause in corso. È stata l'occasione per fornire diverse informazioni su quanto fatto». Anche perché quella delle Anziane per il Clima è stata un'onda percepita a livello internazionale, che ha mostrato a tutti le opportunità del percorrere la via legale in ambito ambientale. «E infatti ci siamo messe a disposizione per raccontare la nostra esperienza e fare informazione attraverso una serie di attività e di incontri in tutta Europa. Riceviamo tantissimi inviti da altri Paesi, sentiamo che c'è una forte connessione». Oltre alle numerose attività di Anziane per il Clima, la nostra interlocutrice menziona anche il film documentario «Trop Chaud» dedicato proprio al percorso del movimento durante la sentenza e nei momenti subito successivi: «Lo mostriamo anche all'estero, è uno strumento che racconta le nostre tappe, tra attivismo e via legale», e due libri scritti sul tema.
È tempo di agire
Ovunque Bargetzi-Horisberger riscontra la voglia di fare qualcosa per il clima. «Siamo anche state contattate da un gruppo di donne in Corea del Sud che volevano creare un'associazione simile alla nostra». Il tema, insomma, è sentito in tutto il mondo. «Questa estate torrida, e lo dico con amarezza, ha fatto rendere conto alle persone che non si può più continuare così, bisogna assolutamente fare qualcosa. Anche in Svizzera c'è bisogno di agire, basta osservare quanto rapidamente si stanno riducendo i ghiacciai che sono la nostra riserva di acqua. Davanti alla situazione attuale, così delicata e difficile non si può più temporeggiare. È l'appello che faccio anche a Berna, a ministri e parlamentari, devono pensare a che mondo vogliono lasciare ai loro figli e nipoti».

Surriscaldamento e sovrasfruttamento
«Il Mediterraneo è un mare con delle particolarità molto evidenti: si tratta di un bacino semichiuso, circondato da coste popolate da 500 milioni di persone (ancora di più in estate) e da Paesi che non sempre vanno d'accordo tra loro». Il libro di Stefano Liberti, che sarà protagonista dello spettacolo in scena martedì a Mendrisio, è il frutto di un lungo viaggio compiuto dall'autore dalla sponda sud alla sponda nord. Un viaggio che dà voce a chi quel mare lo vive molto da vicino. «Per capire quali siano in cambiamenti in atto nel Mediterraneo ho parlato con le persone a stretto contatto con il mare, come i pescatori, ma anche i biologi e i ricercatori», spiega Liberti. «Un tempo il Mediterraneo era un un mare buono, che ci permetteva di vivere in un luogo unico al mondo e che dava persino il nome a un tipo di clima fatto di estati miti e di inverni temperati. Un luogo dove è nata la civiltà e dove esisteva un perfetto sistema di autoregolazione ambientale. Ora tutto questo non c'è più. Anzi, adesso il Mediterraneo incamera tantissima energia e poi la rilascia scatenando eventi climatici estremi. Con il riscaldamento ambientale questo mare sta diventando un elemento scatenante della crisi, oltre a perdere moltissima biodiversità». Durante il suo viaggio Liberti ha potuto infatti constatare diversi fenomeni preoccupanti. «Ci siamo accorti che c'è in atto un grosso cambiamento sul clima. Cambiamento in parte provocato dal surriscaldamento, con le nuove specie acquatiche che arrivano nel Mediterraneo, in parte dal sovrasfruttamento. Questi fenomeni hanno un impatto importante e immediato sulle comunità costiere, ma non solo. Gli effetti a medio termine arriveranno anche a tutti noi».
La crisi sotto la superficie
Le risorse marine del Mediterraneo, spiega ancora Liberti, sono state sfruttate troppo «pensando di poter fare così all'infinito e ora ci troviamo dentro una crisi che facciamo fatica a vedere e a interpretare». Questo per una ragione molto semplice. «Tanti grossi cambiamenti in atto nel Mediterraneo non li vediamo fisicamente perché avvengono sotto la superficie dell'acqua. In Grecia ho avuto la possibilità di osservare come sono cambiati i fondali del Mar Egeo grazie a un drone sottomarino. Il fondale era letteralmente scarnificato, non c'era più niente. Dobbiamo infatti pensare che il sovrasfruttamento del mare ha gli stessi effetti della deforestazione in Amazzonia: sono impressionanti. Solo che, in questo caso, non interessa a nessuno perché non riusciamo a vederli». Dall'altro lato, come detto, c'è la trasformazione velocissima della fauna con l'arrivo di nuove specie non autoctone del Mediterraneo. «Questi esemplari non hanno predatori e prendono il sopravvento su specie locali, creando moltissime difficoltà anche a chi vive di pesca». Una crisi, quella del Mediterraneo, che è in atto già da una decina di anni, puntualizza l'autore. «Abbiamo iniziato a notare che il mare non rispondeva più nel modo in cui lo aveva fatto per secoli, anche le correnti stanno cambiando. Sono dei sintomi che non vanno sottovalutati, bisogna intervenire, altrimenti la crisi ambientale potrebbe esplodere. Anche perché il peggioramento che stiamo vedendo segue un andamento esponenziale». Tuttavia c'è ancora speranza, spiega Liberti. «Ho visto con i miei occhi delle soluzioni messe in campo localmente in diversi Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: Croazia, Grecia, Tunisia; quello che però manca ancora è una visione d'insieme. Il nostro mare non è votato alla catastrofe. Questo a patto però di invertire la rotta e di ridurre in fretta l'impatto antropico sul suo ecosistema».

