«Così, per due punti marginali, si rischia di ritardare o far cadere tutto il progetto»

All'indomani del lancio del referendum contro il credito di oltre 19 milioni di franchi approvato lunedì sera dal Legislativo per la valorizzazione della Fortezza, qual è l'umore in seno al Municipio di Bellinzona? La mossa del Noce «non turba di certo» l'Esecutivo, ci spiega il capodicastero nonché vicesindaco Fabio Käppeli, anche se qualche preoccupazione, evidentemente, c’è. Il piano di valorizzazione, questa l’idea, dovrebbe essere realizzato entro il 2030, nel caso in cui la candidatura di Bellinzona a «Capitale culturale svizzera» dovesse concretizzarsi. «Così, invece, si rischia di ritardare - o peggio, far cadere - un progetto da 19 milioni, e sulla base di due elementi (nome e accesso a pagamento alla corte interna del Castelgrande e alla galleria della Murata, n.d.r.) tutto sommato marginali». E sui quali l’Esecutivo ha «seguito le raccomandazioni degli esperti». Il termine «Fortezza», insomma, non va toccato: «È in uso ormai da tre anni in ambito turistico ed è stato scelto per definire, nel suo insieme, il sistema fortificato bellinzonese, unico nel suo genere e come tale patrimonio dell’umanità (UNESCO dixit nel 2000)», distinguendolo dai castelli intesi quali «residenze di signori», comuni in altri Paesi europei.
La questione della fondazione
Altra preoccupazione emersa a lato dei punti principali del referendum, l’affidamento della gestione a una fondazione, da alcuni interpretata come una rinuncia alla governance pubblica. «La creazione di simili enti è prassi, a livello svizzero, nella gestione di beni culturali di questa entità: uno strumento adatto per scorporare alcuni compiti dall’amministrazione comunale, come allo stato attuale ma solo a livello transitorio». La speranza, conclude Fabio Käppeli, è che la popolazione condivida l’importanza del progetto: «A 25 anni dal riconoscimento UNESCO, dobbiamo chiederci se desideriamo che l’offerta museale resti com’è - non più adatta agli standard contemporanei e poco attrattiva - o se invece vogliamo finalmente portarla nella dimensione che anche i nostri castelli meritano».
L'emendamento respinto
Il referendum «nocino» arriva dopo che il Legislativo, lunedì scorso, ha respinto l’emendamento avanzato dai consiglieri comunali del movimento Brenno Martignoni Polti (ex sindaco della capitale) ed Orlando Del Don. Chiedevano, appunto, di tornare alla denominazione di «castelli» e di garantire il libero accesso alle corti interne dei tre manieri. Quindi senza il pagamento di un biglietto, dal 2029-2030, per la corte interna del Castelgrande e per la galleria della Murata, come prevedono Città (che gestisce i fortilizi) ed il Cantone (che ne è il proprietario). Alla fine il messaggio è stato accolto così come presentato con 47 voti favorevoli, 5 contrari e 3 astenuti. Secondo il Noce l'etichetta di Fortezza non rende «giustizia alla storia e alla tradizione. Infatti il valore aggiunto di avere a Bellinzona tre castelli, tramandati e giunti fino a noi, praticamente intatti, non deve perdersi in una definizione artefatta - a mero scopo di marketing - che toglie sostanza e significati al nostro prezioso patrimonio. Anzi, ne declassa la portata. Oltre alle esigenze di un marchio occorre onorare la memoria storica e le identità di chi ci ha preceduti». In aggiunta è stata «condivisa la pertinente preoccupazione - evocata da Alessandro Lucchini (Unità di sinistra) - che con l’istituzione della fondazione si rinuncia alla governance pubblica».







