«Constantin? Non lo conosco: spero nel ritorno di Bentancur...»

La letteratura fornisce sempre un assist al bacio. Anche e soprattutto quando si parla di sport. Figurarsi di calcio, che vive perennemente di emozioni, passioni e storie più di qualsiasi altra disciplina. Di cadute e risalite. Di lacrime e gioie. È un po’ José Arcadio Buendia e un po’ Maqroll il Gabbiere. C’è qualcosa dei personaggi più iconici degli scrittori colombiani usciti, rispettivamente, dalla fervida penna di Gabriel García Márquez ed Álvaro Mutis in Juan Carlos Trujillo Velasquez, il patron dell’Associazione calcio Bellinzona (ACB) oramai con la valigia in mano. Non soltanto perché sono suoi connazionali. Ma in quanto quel realismo magico - tra genio e follia, filosofia ed avventura, realtà e sogni - ha illuso i tifosi e la Città. Diventata una moderna Macondo immaginaria come quella tratteggiata con arguzia dal premio Nobel autore di «Cent’anni di solitudine». Oggi l’abbiamo incontrato, il numero uno granata. Poco più di 30 minuti concessi ad ogni giornalista allo stadio Comunale. Un faccia a faccia a due passi dagli spogliatoi alla stregua di quello tra giocatori ed allenatore. L’imprenditore, alla testa del club dal giugno 2025, ha ribadito che è pronto a cedere un «gioiello» che prima del suo arrivo era in Challenge League ed ora - in virtù dei debiti che hanno di gran lunga superato i punti e i gol segnati in stagione - non sa in quale lega giocherà. Se va bene in Promotion, altrimenti sarà nuovamente l’«Inferno» sportivo come nel 2013.
Dieci giorni e si saprà
«Ci sono tre gruppi interessati al club: il primo di origini germaniche, la seconda è una cordata italiana, mentre la terza svizzera. I prossimi dieci giorni saranno decisivi per la cessione della società. Me ne sto occupando assieme all’amministratore unico Mario Rosas - puntualizza Juan Carlos Trujillo Velasquez -. I potenziali acquirenti mi hanno già assicurato che si faranno carico dei debiti che ammontano a 1,5 milioni, e non di più come è stato detto e scritto nelle ultime settimane. Pagheranno pure gli stipendi di aprile, maggio e giugno. La società rischia di fallire? Sono fiducioso all’85% che ciò non accadrà, proprio perché credo nei potenziali investitori. Nel restante 15% c’è l’eventualità del concordato, così come quella del fallimento. Lascio perché il calcio è come il matrimonio. Ci vuole amore, passione, fiducia. Il cuore c’è stato, da parte mia e di tutto lo staff, ma a Bellinzona mi sono accorto che non ci sono le condizioni ideali per portare avanti un progetto serio. In questo anno abbiamo lavorato duro, soprattutto per sistemare i conti, sperando nella promozione nella prossima stagione. Ma ora è giunto il momento di farmi da parte. Non perché mancano i soldi, ma per una decisione personale».
Tra ambiente e presupposti
Il patron colombiano vuole subito precisare che «qui non ci sono i presupposti per poter creare qualcosa. In marzo ancora credevo nell’ambiente, ma negli ultimi mesi mi sono accorto che non era così. La stagione va infatti divisa in due. Il primo semestre ho potuto lavorare con una squadra fantastica, a tutti i livelli, sia sportivo sia amministrativo-commerciale. Tant’è che abbiamo ottenuto la mini-licenza prima di Natale. Sono stati mesi duri, certo, abbiamo speso molta energia. Da dicembre, poi, era tardi. Abbiamo provato ad ottenere la salvezza sul campo, ma l’impresa a quel punto era pressoché impossibile. In tutto questo va detto che la Swiss Football League si è comportata in modo straordinario con l’ACB».
Dopo le parole niente fatti?
Il discorso si sposta subito sui rapporti con la Città. All’inizio sembravano ottimi (come peraltro sottolineato dallo stesso Municipio in risposta ad un’interpellanza), ma in seguito si sono raffreddati: «Io vedo il calcio in modo diverso da come è inteso a Bellinzona. I tifosi ci sono, sì, e penso in particolare ai Boys che ci hanno sostenuto in modo incondizionato nonostante i risultati non fossero dei migliori. Mancano, per contro, altre condizioni - continua -. E in questo caso la responsabilità principale è del Comune. Non c’è stato il suo sostegno, quello degli sponsor ed il fatto che il club non può avere il calcio d’élite e dunque non può beneficiare dei diritti di formazione dei giovani. La federazione mi ha risposto che è un problema strutturale. Io non ci credo perché la Città ha le carte in regola. Il Municipio mi ha fatto solo promesse. L’esempio più lampante è, appunto, che il Lugano ha trovato l’accordo con il Giubiasco per il calcio giovanile. Alle parole non sono seguiti i fatti. Pablo Bentancur mi aveva avvertito delle difficoltà che avrei incontrato. Perché ho accettato comunque? Ha ragione, la responsabilità è mia. Non mi pento di averlo fatto. Col senno di poi avrei dovuto inoltre ascoltare maggiormente l’ex presidente Brenno Martignoni Polti, il quale mi ha sempre detto le cose in faccia. Nelle mie esperienze alla testa del Llaneros in Colombia e all’Eldense in Spagna (squadra neopromossa in Serie B; n.d.r.) vi è sempre stata una sinergia forte fra l’autorità politica e i vertici del club. Spero che Bentancur, con il quale i rapporti sono più distesi, possa tornare: sarebbe la soluzione migliore».
Quella strana coppia
Entro fine giugno i granata devono far fronte a spese per circa 1,5 milioni di franchi: 900 mila per fatture varie e 600 mila per gli stipendi e gli onorari di aprile, maggio e del mese prossimo. Di questi ultimi, come visto, se ne farà carico il futuro proprietario del sodalizio cittadino. Per i primi si spera nell’intervento salvifico della cordata formata dal presidente del Sion Christian Constantin e dell’ex proprietario dell’ACB Pablo Bentancur, così che si possa evitare il fallimento passando dal meno drammatico concordato. I due vulcanici imprenditori, poi, dovrebbero rilanciare il sodalizio cittadino unitamente a chi sarà pronto a dare una mano. «Ma dovranno essere persone legate al territorio, alla città», ha precisato di recente il direttore generale dei vallesani Marco Degennaro. Per una stagione dignitosa in Promotion League, senza ambizioni di promozione, serve un milioncino. Il problema è che bisognerà rifondare la squadra in pochissime settimane, in quanto è molto probabile che della rosa attuale rimarrà quasi nessuno. Un’altra gatta da pelare. «Constantin non lo conosco e non l’ho mai incontrato. Ma me ne hanno parlato bene», taglia corto Trujillo. Ci congediamo. Sorride. Non sembra preoccupato. Speriamo che almeno stavolta abbia ragione.






