Bellinzona

«Evocano scenari apocalittici, ma non hanno un’alternativa»

Votazione sulla Fortezza: i referendisti rimandano al mittente la critica di disfattismo e se la prendono con chi fa «dell’inutile catastrofismo» - Brenno Martignoni Polti: «Il Cantone, per convenzione, deve occuparsi dei castelli»
© Ti-Press/Samuel Golay
Alan Del Don
03.09.2026 15:30

Stavolta Ser Gioanni da Preon, il cavaliere che scortò Federico Barbarossa a Bellinzona nel 1176, non c’era, contrariamente allo scorso 26 marzo quando si materializzò al Sasso Corbaro. E non si è riusciti nemmeno a portare Guglielmo Tell ed il figlio Gualtierino. C’erano però le mele (ma non la balestra). Simbolo di «coraggio, resistenza, libertà ed indipendenza di fronte ad ogni tipo di dispotismo». Si sono calati nella parte dell’eroe nazionale svizzero, a difesa dei castelli, il Noce e gli altri partiti che hanno lanciato il referendum contro il progetto da 19,1 milioni di franchi per la valorizzazione della Fortezza cittadina. E hanno rimandato al mittente le critiche piovute tra capo e collo da parte del comitato civico e di quello interpartitico, loro a favore del messaggio approvato a maggioranza dal Legislativo. La votazione di domenica 27 settembre è più che mai lanciata, finalmente.

«Un nome artefatto»

Il luogo scelto per incontrare oggi i media non è stato casuale. Piazza Rinaldo Simen, dal nome del politico che fu uno dei primi in Ticino a farsi promotore dello strumento del referendum (si veda più avanti). «Rifiutava i fanatismi ideologici e i discorsi ubriacanti dei partiti. Quello in atto, da parte di questi ultimi, è un tentativo di sbarramento in piena regola dei diritti democratici. Ci dipingono persino come dei disfattisti. Ma sono loro che fanno paura ai cittadini, che evocano scenari apocalittici qualora il progetto di rilancio venisse bocciato alle urne. Stanno cercando di imporre un nome artefatto, quello di Fortezza, scelto a tavolino dagli accademici, e di introdurre un biglietto per accedere alla corte interna del Castelgrande e alla galleria della Murata. Affidando poi la gestione del bene patrimonio mondiale ad una fondazione», ha esordito Brenno Martignoni Polti, ex sindaco e promotore della riuscita raccolta firme in qualità di fondatore e consigliere comunale del Noce.

«E non ci vengano a dire che è addirittura a rischio il riconoscimento UNESCO, ottenuto nel 2000. Il marchio non ce lo tocca nessuno. Guardate che quell’organizzazione, per i manieri, non ha mai messo un franco», ha aggiunto. Affermando di essere sorpreso che il Municipio non abbia un piano B di fronte all’eventualità della vittoria del «NO» fra meno di un mese: «I castelli ci sono e ci saranno sempre. Sono di proprietà del Cantone e, in virtù della convenzione, quest’ultimo è obbligato ad occuparsene. Piuttosto vorremmo finalmente capire qual è il progetto per il quale si desiderano investire 19 milioni. Ecco perché ci siamo definiti la ‘task force’ della gente: è giusto che su un argomento così importante, che sta a cuore ai bellinzonesi, siano gli aventi diritto di voto ad avere l’ultima parola». Martignoni Polti ha infine ricordato quale è stato il pregio principale del restauro del Castelgrande ad opera del compianto architetto Aurelio Galfetti. Ossia quello di togliere al maniero l’etichetta di fortezza, trasformando la corte interna in un parco: «E tale deve rimanere. Così come il Montebello ed il Sasso Corbaro vanno resi più accessibili, mettendoli in rete e collegandoli con un sistema meccanizzato».

I dubbi sulla fondazione

Adam Barbato Shoufani, a nome del Partito comunista, ha sottolineato innanzitutto che «non è vero che stiamo boicottando il progetto. È un’accusa che non accetto e che non fa altro che portare ad un imbarbarimento del dibattito. Non siamo contrari alla valorizzazione dei castelli, ma a quanto proposto dalla Città nel messaggio. Mi riferisco, ovviamente, alla denominazione e all’entrata a pagamento in due spazi. I castelli devono restare accessibili a tutti gratuitamente e in modo capillare. I bellinzonesi e le scolaresche non pagheranno? Ce lo vengono a dire ora, ma non è stato messo nero su bianco». Come fatto dai due rappresentanti del PC in seno al plenum turrito e da Werner Nussbaumer (presidente di HelvEthica), anche il liceale si è poi soffermato sulla fondazione che dovrà occuparsi della governance: «Sarà autonoma e non risponderà direttamente al Municipio. Ciò significa che potrà prendere le decisioni che vuole quando vuole». Da parte dei favorevoli al rilancio della Fortezza «c’è un grande catastrofismo: votare ‘NO’ non significa sprecare il lavoro fatto finora. Sulla base alle sensibilità emerse, qualora vincessimo noi, si dovrebbe solo modificare il progetto, che dovrà poi in seguito passare nuovamente al vaglio di Consiglio comunale e Parlamento».

Ha preso la parola anche Valentina Mühlemann di Avanti con Ticino & Lavoro, la quale ha rilevato che la valorizzazione non è sufficiente. Servono pure le strutture ricettive. Un centro storico più «vivo». Altrimenti, ha annotato, «Bellinzona continuerà ad avere un turismo di giornata che porta poco indotto ma tanti disagi, pensiamo ad esempio al traffico. E poi, diciamolo: si vogliono investire 19 milioni quando agli allievi, quest’anno, non hanno nemmeno distribuito le matite... Le priorità devono essere ben altre».

«Vuoto pneumatico»

Senza peli sulla lingua, come sempre (dal vivo come sui social), il granconsigliere UDC Tuto Rossi: «L’Esecutivo guidato da Mario Branda, che non ha fatto nulla in questi 14 anni, pensa di rifarsi con questo progetto. Che è il vuoto pneumatico. Per fortuna che non hanno il piano B, sennò chissà cosa ci avrebbero propinato».

Politico di razza

Il giornalismo e la politica sono state le grandi passioni di Rinaldo Simen, nato a Bellinzona nel 1849 e deceduto a Lucerna nel 1910. Membro del Governo provvisorio nel 1890 (noto come l’Esecutivo «della giustizia, della riparazione e della pace», di cui fu pure presidente), consigliere agli Stati, consigliere di Stato e deputato. Una carriera di primissimo piano a favore del bene pubblico, un liberale radicale tutto d’un pezzo, fautore di un indirizzo pragmatico del Paese. Del Ticino come della Svizzera. Fu il volto del «settembrismo», culminato con la rivoluzione dell’11 settembre 1890 sfociata nella caduta del Governo conservatore. Il monumento a lui dedicato, a due passi da piazza del Sole, è uno dei più imponenti della capitale.

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