«Siamo i Robin Hood che vogliono salvare i castelli: sono loro che attaccano la democrazia»

«È proprio il caso di dirlo, vista la giornata: a Bellinzona spira un vento surreale. Con attacchi sommari alla democrazia che ricalcano i toni di quelle malcelate minacce, sollevate già a suo tempo, nell’ambito della riuscita raccolta firme del 2001 che, per volontà popolare, ha salvato dalla vendita l’Azienda elettrica cittadina». Brenno Martignoni Polti non ci sta. E rispedisce al mittente le critiche giunte sia dal sindaco Mario Branda, nell’intervista che abbiamo pubblicato martedì, sia dal PLR di Bellinzona, come riferito oggi. Il consigliere comunale del Noce e già timoniere della capitale difende la scelta di lanciare il referendum contro il credito di oltre 19 milioni di franchi - approvato dal Legislativo il 9 marzo - per la valorizzazione della Fortezza. I punti controversi, secondo lui e chi sostiene la decisione di tastare il polso agli abitanti (Avanti con Ticino & Lavoro, Partito comunista e alcune singole personalità, come il granconsigliere UDC Tuto Rossi e l’architetta Cristiana Storelli), sono i tre già noti: la denominazione, l’intenzione di far pagare un biglietto dal 2030 per accedere alla corte interna del Castelgrande e alla galleria della Murata e la gestione affidata ad una fondazione.
C'è pure il cavaliere...
Un «raggruppamento eterogeneo», «un’azione popolare spontanea ed indipendente che nasce dalla base», come è stato sottolineato più volte oggi nell’incontro con la stampa tenutosi al castello di Sasso Corbaro «in un’ambientazione da foresta di Sherwood». Stiamo riproponendo in versione moderna, ha osservato Brenno Martignoni Polti, «lo spirito di Robin Hood. Da chi ha responsabilità di governo e da chi ci rappresenta a livello nazionale vi sarebbe da attendersi ben altra attitudine riguardo all’esercizio di uno dei diritti fondamentali e sacrosanti della nostra democrazia secolare. Loro, invece, si sono trasformati nello sceriffo di Nottingham». Come se non bastasse, ecco comparire con tanto di armatura e spada anche Ser Gioanni da Preon (inscenato dall’ex municipale PLR Marco Ottini), il cavaliere che scortò Federico Barbarossa a Bellinzona nel 1176: «L’imperatore non ha mai dormito in una Fortezza, ma in un maniero. I castelli devono rimanere castelli e basta».

I tre punti contestati
Partiamo dal nome, dunque. L’ex sindaco afferma che il documento ufficiale che certifica il riconoscimento UNESCO del sito cittadino nel 2000 «parla espressamente di “Trois châteaux, muraille et remparts du bourg de Bellinzone”. Quella di Fortezza è una denominazione, imposta dall’alto e decisa da pochi, che da tre anni ha già portato a modificare l’intera comunicazione, loghi e segnaletica, senza mai volutamente passare al vaglio popolare. E non si venga a dire, come ha fatto l’altro giorno Mario Branda (nell’intervista al CdT; n.d.r.), che il nome “non è mai stato messo in discussione”. Questa è demagogia, pura e semplice». Secondo aspetto: il ticket. Per i referendisti va garantito il libero accesso alle corti interne di Castelgrande, Montebello e Sasso Corbaro, così come ai relativi percorsi murari e sottomurari. «Ciò, in quanto, da sempre, spazi pubblici fruibili indiscriminatamente e senza impedimenti da tutta la popolazione», ha spiegato Brenno Martignoni Polti. E, infine, si mira a mantenere la governance pubblica, rinunciando a costituire la fondazione per la gestione dei «gioielli» della capitale.
Le stoccate del Tuto
Tutte argomentazioni condivise da Avanti con Ticino & Lavoro (come rilevato da Valentina Mühlemann) e dal Partito comunista, nella persona dello studente liceale Adam Barbato Shoufani. Quest’ultimo ha sostenuto che «non è vero che la gestione rimarrà nelle mani dell’ente pubblico, anche se vi saranno dei rappresentanti di Città e Cantone. In quanto chi farà parte del Consiglio di fondazione agirà in maniera autonoma e potrà cooptare nel consesso delle persone esterne. Dunque senza mandato popolare». Hanno in conclusione preso la parola il deputato democentrista Tuto Rossi (il quale non ha risparmiato dure critiche all’indirizzo del Municipio, reo di aver «reso Bellinzona un mortorio. Sono mediocri ed ora presentano un progetto vuoto») ed il consigliere comunale del Noce Orlando Del Don («dobbiamo difendere i castelli»).







