Quando passa il Giro d'Italia: fra campanilismo, eroi e meraviglie

Il Giro d’Italia stava per entrare in Svizzera, ma in Ticino ancora non si placavano le polemiche di campanile. Davvero il Velo Club Lugano, incaricato di organizzare l’arrivo di tappa del 14 giugno 1947 proprio a Lugano, si era attivato per evitare un passaggio del Giro stesso, il giorno successivo, da Bellinzona? L’associazione sportiva luganese lo negava («a scanso di ogni malinteso»), sottolineandolo con una presa di posizione pubblicata anche dal Corriere del Ticino il giorno della gara: «Si respingono nel modo più reciso le malevoli insinuazioni contenute nelle pubblicazioni apparse il 12 giugno sui quotidiani bellinzonesi».
Rivalità ancestrale
Sul Popolo e Libertà del 12 giugno si leggeva: «Sportivi bellinzonesi: il Giro ciclistico d’Italia transiterà da Bellinzona. È questa una notizia che vi diamo con assoluta certezza e per contraddire le pubblicazioni arbitrarie di alcuni giornali secondo cui la simpatica carovana del Giro non sarebbe transitata dalla nostra città». Tutta la questione era emersa, torniamo a precisarlo, a ridosso della manifestazione stessa. «Coloro che si sono arrogati il diritto di far subire una modifica a quello che è il percorso del Giro d’Italia lo hanno fatto arbitrariamente e all’insaputa degli organizzatori della grande prova ciclistica, gli sportivi e i colleghi della Gazzetta dello Sport».
L'epoca d'oro
Il Giro sarebbe poi passato, effettivamente, da Bellinzona nella sua ultima tappa, quella del 15 giugno: la Lugano-Milano vinta dal velocista Adolfo Leoni. La vittoria finale della corsa rosa sarebbe però andata a Fausto Coppi, con 1’43’’ di vantaggio su Gino Bartali. Era l’epoca d’oro del ciclismo. E a raccontarla, oltre confine, si prestavano le grandi firme del giornalismo, ma anche della narrativa. Il caso più noto è quello di Dino Buzzati, che seguì il Giro del 1949. Quello del 1947 - arrivo ticinese compreso - era stato raccontato in maniera magistrale da Indro Montanelli.
L’elefante in cristalleria
Considerato politicamente scomodo dai vertici del Corriere della Sera, una volta rientrato in Italia proprio dalla fuga in Svizzera, Montanelli venne dirottato sullo sport. Lo sport nazionale, a quel punto del Novecento, era il ciclismo. Il suo racconto della tappa tra Brescia e Lugano - andata in scena per l’appunto il 14 giugno 1947 - è, a tratti, esilarante, giocato su luoghi comuni che si confermano tali, da una parte come dall’altra. «L’ingresso del Giro d’Italia in Svizzera è stato come l’ingresso d’un elefante in un negozio di vetri di Murano». E poi: «Un primo tentativo di disciplinare la urlante, strombazzante, impolverata, sudata carovana è stato compiuto dai doganieri alla frontiera. E per la prima volta nella storia di questa corsa si sono viste le automobili che la seguono allinearsi in fila indiana, docili come soldatini sotto le perentorie ingiunzioni dell’ordine costituito».
Peccato, però, che nelle retrovie della fila indiana, si accesero liti «clamorose». E scrive, Montanelli: «Gli italiani hanno sempre fretta, e ognuno d’essi si ritiene investito del sacrosanto diritto ad arrivare prima degli altri». Poco più avanti, aggiunge: «I napoletani dicono che il pesce comincia a puzzare dalla testa. Saggia massima che però oggi ha avuto una clamorosa smentita alla frontiera dove il pesce del Giro d’Italia ha cominciato a puzzare dalla coda». Quindi, il passaggio più illuminante: «Il disordine corrompe la disciplina meglio di quanto la disciplina non possa rimediare al disordine». Poesia. Un doganiere, avvisando le polizie locali, avrebbe anche esclamato: «I pazzi stanno arrivando e con i pazzi non si ragiona».

La simpatia per chi perde
Indro Montanelli, nella sua cronaca - che noi abbiamo ritrovato nella raccolta «Indro al Giro. Viaggio nell’Italia di Coppi e Bartali» - parla naturalmente anche di ciclismo. Ma parlare di ciclismo è parlare di società. «Gli svizzeri, fra le tante loro buone qualità, ne hanno una che me li rende particolarmente congeniali: la simpatia per chi perde». Nel caso, la simpatia degli svizzeri incontrati dal giornalista era tutta per Bartali, «anzi per Gino». «Lo sconfitto campione, cui la popolarità ha voltato le spalle sul Pordoi, l’ha ritrovata intatta, anzi ingigantita, appena varcata la frontiera. “Siete voi giornalisti che avete fatto sconfiggere Gino”, ha gridato a me e al collega Raro (il mostro sacro Ruggero Radice, amico di Coppi, ndr) un tifoso locale, puntandoci contro un dito minaccioso e accusatore. Questo non me lo sarei mai sentito rimproverare nemmeno (e dico poco) in Toscana o in Romagna. Ma il Giro d’Italia ha, come gli spaghetti, una forza di corruzione cui nemmeno il freddo autocontrollo e la raziocinizzante placidità elvetica riescono ad opporsi».
Bartali uscì sconfitto anche da quella tappa, vinta dal minor talento di Giulio Bresci, altro toscano, uno che ha accumulato gran parte dei suoi successi proprio nelle corse disputate in Svizzera. Il racconto di quella tappa, che partiva tra l’altro dal crollo di una tribuna posta all’altezza del traguardo - il quale non ebbe, fortunatamente, gravi conseguenze -, ci ha ricordato il piacere, unico, di disporsi lungo la strada - di esserci, sì - quando passa il giro, meglio ancora se il giro in questione è il Giro, con la G maiuscola.
Un'altra impresa alla Charly Gaul?
Esattamente 70 anni fa, in cima al Bondone - in un Trentino innevato, sferzato dal vento e stretto nella morsa del gelo - si scrisse una delle pagine più memorabili del Giro d’Italia. Charly Gaul, lussemburghese soprannominato l’«Angelo della montagna», si aggiudicò quella tappa infernale e alla fine arrivò in rosa a Milano. Tagliò il traguardo semicongelato. Non riuscì nemmeno a scendere dalla bici. Resilienza, determinazione e coraggio che furono premiati, inoltre, con l’organizzazione in seguito della «Leggendaria», la granfondo a lui dedicata per celebrare l’eroica vittoria.
A suo modo chi trionferà, oggi, nella Bellinzona-Carì, la tappa numero 16 della «corsa rosa», passerà alla storia come è stato il caso del minuto scalatore nato nel Granducato. Perché la seconda gara ciclistica per importanza al mondo mica sconfina abitualmente nella Svizzera italiana. E poiché, ne siamo convinti, la data di martedì 26 maggio rimarrà impressa per sempre nella memoria di chi ci sarà. Il ciclismo regala emozioni. È meraviglia, iperbole, parossismo.
Quel territorio splendido
Quattro stelle su cinque di difficoltà. «Solo» 113 chilometri, ma un dislivello da far impallidire persino i ciclisti brevilinei e leggeri. È chiaro a tutti che oggi, a Carì, sarà il giorno degli scalatori. Forse del più atteso, il campione danese Jonas Vingegaard: il Giro, ormai, può solo perderlo. Il «foglio firma» è previsto in piazza del Sole a Bellinzona, dalle 12.15. Il pubblico potrà ammirare i ciclisti che, poi, partiranno da piazza Collegiata alle 13.45. Dopo un brevissimo circuito nel «cuore» della capitale per celebrare alcune delle sue bellezze (l’omonima chiesa, la Fortezza, il viale Stazione, piazza della Foca, Palazzo Civico e quello delle Orsoline, la Golena), la carovana punterà subito verso nord: Castione, Claro, Osogna, Biasca e poi la Valle di Blenio.
Eccoci. Le salite di Leontica e Torre, da ripetere due volte per complessivi 22 chilometri e quattro Gran Premi della montagna, daranno il primo provvisorio verdetto: davanti i probabilissimi fuggitivi (quelli che tenteranno il colpaccio alla Charly Gaul, insomma, tanto più che splenderà il sole...), poco dietro i migliori e in fondo al gruppo i velocisti.

Pendenza media dell’8%
Si entrerà in seguito in un’altra valle, la Leventina. Bodio, Giornico, Lavorgo e Faido. Dove inizierà la salita di 12,4 chilometri verso Carì, l’Alpe d’Huez ticinese. «Un brevissimo falsopiano a Campello e poi gli ultimi 3 chilometri attorno all’8% con le punte massime (13%) all’interno dell’ultimo chilometro. Retta finale di 100 metri su asfalto larghezza 7 metri», le info tecniche snocciolate sul sito Internet del Giro. Un arrivo per fuoriclasse o per «folli» (leggasi chi partirà in fuga sperando in una giornata di gloria eterna). Il primo giungerà verso le 17.30, l’ultimo verosimilmente 20-30 minuti dopo. Dovrebbe rivelarsi una delle frazioni decisive della 109. edizione della «corsa rosa», soprattutto in quanto apre la terza ed ultima settimana.
Chi avrà ancora benzina farà la differenza, gli altri dovranno inesorabilmente limitare i danni. Di sicuro la tappa ticinese delineerà la classifica finale. Sia a Bellinzona (nel «Villaggio Rosa» allestito sul piazzale di BancaStato, dalle 10 alle 18, con tanto di maxischermo) sia nell’Alto Ticino sono previsti degli eventi collaterali affinché questo 26 maggio sia davvero una festa popolare. Viva il ciclismo, viva il Ticino! Info su www.bellinzona-cari26.ch.
Il danese sta dominando
Era il grande favorito della vigilia. E sta pienamente confermando le attese. Il campione danese Jonas Vingegaard oggi, come detto, arriverà a Carì in maglia rosa. Non solo. Potrebbe anche aggiudicarsi la tappa, il quarto arrivo in salita della 109. edizione del Giro d’Italia dopo aver già tagliato il traguardo per primo nei precedenti tre (Blockhaus, Corno alle Scale e Pila). L’atleta del Team Visma-Lease a Bike non sembra avere rivali. In classifica generale vanta più di 2 minuti sul sorprendente portoghese Alfonso Eulalio (al quale ha strappato la «rosa» sabato, a Pila) e quasi 3 minuti sull’austriaco Felix Gall.















